La temperanza perfomativa, la virtù instagram friendly mi ha sempre dato fastidio, ora mi annoia, soltanto. Sono contro le tendenze perché sono sempre effimere, e di solito riguardano le persone con molto (troppo) tempo libero, sono contro le crociate, perché procedono per dogmi verità supposte e slogan, gli slogan, tutti gli slogan sono, di natura fascisti.
Il Dry January si inserisce a pieno titolo in queste tendenze, di manicheismo salutista che tendono a dare patenti di purezza, o di dannazione ad alcune pratiche, tendendo a criminalizzare, o a glorificare a corrente alternata atteggiamenti, pratiche di consumo, stili di vita e quindi, di conseguenza gruppi sociali e persone.
Io di base, non sono mai contro a niente, sono sempre a favore dell’emozione e non ho mai trovato emozione nell’astinenza, da sempre compagna di noia, girigiore e serietà.
La temperanza, l’astinenza dall’alcol come stile di vita virtuoso e consapevole non è certo cosa nuova (cosa lo è dopo la svolta elettrica di Miles Davis? 30 marzo 1970), nasce come movimento in uno dei posti più grigi, lo Yorkshire di una delle nazioni più grigie del mondo, l’Inghilterra, a metà del 1800.
Enfatizzare i privilegi per la salute, per l’anima (concetto che sembra avere ritrovato smalto), di una prolungata astinenza dagli alcolici, con infografiche accattivanti, con sempre un link a qualche beverone salutista con ingredienti difficili da pronunciare, non serve ad altro che ad enfatizzare quanto lo stile di vita degli altri sia sbagliato, sporco e immorale. Questa estetica del clean delle luci giuste della salute, ostentata, nasconde infatti una grande ipocrisia di fondo: essere clean & healty non è quasi mai una scelta, ma la conseguenza di uno status sociale ed economico.
Quelli che a favore di camera iPhone Pro definiscono l’alcol come veleno bevendo costosi succhi fermentati di barbabietola bio e sfoggiando sorrisi bianchissimi, promuovono innanzitutto se stessi, il loro status socio economico, il loro costoso stile di vita che è clean innanzitutto perché fa lavori in cui non ci sporca le mani, e non un mondo più sano per tutti.
Il mondo del Dry January fatto di grottesche sessioni di hyrox e socialità a basso tasso di desiderio e di ironia, brindando con bottiglia di kombucha mi fa venire voglia di bere senza moderazione, e forse disintossicarmi, quello sì, dall’unica dipendenza davvero nociva, di cui nessuno parla, quella dai social, dagli schermi e dalla perfomatività a favore di camera.
Non sarà molto clean ma io a un brindisi con la kombucha ne preferirò sempre uno con lo Champagne, anche a base Meunier, e appoggiato al bancone di un jazz club, quando parte un assolo di sax preferirò sempre avere a portata di mano uno mezcal, e non un drink a base di barbabietola che non sarà mai in grado di ispirare grandi romanzi o canzoni.
In un mondo che brucia, in senso anche letterale, in cui siamo sempre più divisi, distanti e soli, la socialità dei brindisi, più o meno frizzanti e della musica dal vivo, poco immaginabile in totale sobrietà, sembrano essere una delle poche occasioni di viversi da essere umani, e non corpi ottimizzati para algoritmici del fitness competitivo e della nutrizione dell’integralismo proteico.
Forse ce ne accorgeremo, che l’unica cosa davvero dry in questi tempi è la nostra capacità di desiderare e che forse l’unico modo per vivere il corpo in maniera sana è di goderne a pieno e di farlo diventare un luogo di piacere e non rinuncia.
Ripartiamo dal desiderio del corpo, dal piacere, meglio tardi che dry.