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L'intervista

Terre di Shemir compie 30 anni ed è grande festa. Lara Creuso: “Abbiamo conquistato chef di mezza Italia con il nostro extravergine. Grazie all’olio la Sicilia può primeggiare nel mondo”

19 Febbraio 2026
Da sinistra Salvatore Di Trapani, Federica Pellegrino, Francesco Pellegrino, Lara Creuso, Irene Pellegrino e i piccoli Samuele, Simone e Sofia, figli di Salvatore e Federica Da sinistra Salvatore Di Trapani, Federica Pellegrino, Francesco Pellegrino, Lara Creuso, Irene Pellegrino e i piccoli Samuele, Simone e Sofia, figli di Salvatore e Federica

La storia di successo di un’azienda di famiglia. Gli inizi difficili, l’ironia dei frantoiani, i premi a valanga. “Ma c’è tanto da fare per spiegare ai consumatori il valore della qualità. Occhio al prezzo, ci dice tutto”

Trent’anni sono un grande traguardo, soprattutto quando a compierli è una storia nata da una scelta di vita. Li festeggia Terre di Shemir, l’azienda di Lara Creuso, nata e cresciuta in Brianza e approdata in Sicilia per amore, fino a farne la propria casa. Siamo a Misiliscemi, tra Trapani e Marsala, dove un podere ricevuto in regalo dai genitori diventa l’inizio di tutto. Insieme al marito Francesco Pellegrino, Lara trasforma quella terra in una delle realtà più riconosciute dell’olio extravergine siciliano. Premiato fin dagli esordi – con il Leone d’Oro, primo riconoscimento di questo tipo per un’azienda siciliana – l’olio di Shemir conquista la stampa di settore e grandi chef, oggi riuniti per celebrare l’anniversario nell’appuntamento del 24 febbraio tutti insieme Lara con Francesco, le figlie Federica con il marito Salvatore Di Trapani e Irene e i nipoti Samuele, Simone e Sofia e agli amici che li hanno seguiti in questi anni.

Lara, come nasce Terre di Shemir?
Nasce nel 1996, trent’anni fa, con l’acquisto di un podere da parte dei miei genitori. Io non sono siciliana, vengo dalla Brianza. La Sicilia entra nella mia vita attraverso mio marito, di cui mi innamoro, e con lui arrivo per la prima volta su quest’isola. Questo territorio era un luogo che mio marito frequentava spesso: veniva qui a cavallo, su una collina ancora selvaggia, e da lì forse il nome della contrada Selvaggio, e si fermava a guardare il panorama. Un giorno scoprì che il terreno era in vendita e furono proprio i miei genitori ad acquistarlo e a regalarcelo. È così che tutto ha avuto inizio.

Qual era la vostra idea iniziale nel 1996?
Sinceramente, l’idea era solo quella di viverci. Non c’era ancora un progetto imprenditoriale. Poi, con 1.500 ulivi intorno, è stato naturale chiederci cosa farne. Abbiamo iniziato a confrontarci con chi aveva una visione più ampia. Un passaggio fondamentale è stato l’incontro con Piero Antolini, presidente della Corporazione dei Mastri Oleari, che ci suggerì di partire da prove concrete, testando prima di tutto la qualità delle olive. Da lì è iniziato un lavoro molto accurato di studio e sperimentazione.

Che difficoltà avete incontrato agli inizi?
Non è stato semplice. Spesso venivamo derisi dai frantoiani. Non si spiegavano perché chiedevamo di pulire tutte le attrezzature in modo adeguato, di impiegare più tempo in tutte le fasi di preparazione e di avere una serie di accorgimenti durante la lavorazione. Andavo personalmente a controllare il frantoio, anche con le bambine piccole dietro di me: verificavo la pulizia delle acque, delle vasche, l’attenzione a ogni passaggio. Non sempre questo atteggiamento veniva compreso. Mancava una vera cultura della qualità. Dopo un anno abbiamo deciso di cambiare frantoio.

I primi riconoscimenti vi hanno dato ragione.
Sì, la vittoria del Leone d’Oro è stata una soddisfazione enorme. Ricordo il momento in cui abbiamo ricevuto la notizia: eravamo in campagna, stavamo irrigando gli alberelli con il tubo dell’acqua in mano. Erano circa le dieci di sera. Non lo dimenticheremo mai. Da lì sono arrivati altri premi, altri riconoscimenti. Chef importanti hanno iniziato a usare il nostro olio nei loro ristoranti e sono usciti i primi articoli sulla stampa di settore. A un certo punto ci siamo resi conto che si parlava di noi.

Quando è iniziata la commercializzazione dei vostri prodotti?
Il primo passo arriva nel 1998, quando cominciamo a vendere il nostro olio. Ricordo benissimo la prima fattura: fu emessa per Peck di Milano, il tempio dell’enogastronomia milanese. Per noi fu un segnale importantissimo: significava che il nostro lavoro veniva riconosciuto anche fuori dalla Sicilia. Poco dopo arrivano anche i primi riconoscimenti.

Con quale olio?
Con U Trappìtu, un blend di Cerasuola, Biancolilla e Nocellara del Belìce.

Ricorda il prezzo del primo olio?
Sì. Nel 1998 il nostro olio veniva venduto a 39.000 lire per una bottiglia da mezzo litro. Oggi quello stesso formato è intorno ai 16 euro.

Com’è oggi Terre di Shemir?
Oggi contiamo circa 10.000 alberi di ulivo tra Misiliscemi e i dintorni. Produciamo tre oli: U Trappìtu Intenso, U Trappìtu Delicato e Iré, una selezione di famiglia molto identitaria.

Quali sono i numeri della produzione?
Produciamo circa 60.000 litri di olio all’anno. Il 40% viene venduto in Italia, il 60% all’estero, tra Dubai, Svizzera, Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Lettonia. La parte commerciale è seguita da mio genero Salvatore Di Trapani.

Le scelte indiscutibili per la qualità?
Due motti: irrigare sempre e filtrare sempre. Acquistiamo l’acqua e abbiamo circa quattro chilometri di tubi di irrigazione per garantire costanza qualitativa. E l’olio va filtrato: così dura di più e mantiene le sue caratteristiche.

Quando un olio è davvero buono?
Quando è pulito in bocca e non presenta difetti. Deve avere equilibrio, note verdi come carciofo o erba appena tagliata, una giusta punta di amaro e un finale piccante. Spesso anche note di mandorla verde. È il segno di un olio vivo e sano.

È cambiata la cultura dell’olio?
Sì, molto. Le istituzioni oggi intervengono di più contro le frodi. Ma è ancora assurdo trovare sugli scaffali oli a 4 o 5 euro spacciati per extravergine.

Prezzo minimo per un buon olio?
Nelle annate ricche non si dovrebbe scendere sotto i 12–13 euro. Parliamo di un extravergine italiano vero.

C’è ancora da crescere?
Assolutamente sì. Spendiamo 20 euro per un vino che dura un’ora, ma non vogliamo investire in un olio che dura mesi ed è un’assicurazione sulla vita. Io ho iniziato a fare olio per i miei figli. Oggi continuo a farlo per i figli degli altri. E poi andare e partecipare alle fiere migliori. Pochi giorni fa siamo stati al Taste di Firenze ed è stato un successo per noi. Con mia figlia Federica c’era suo figlio Samuele, ancora è troppo giovane ma già vive l’azienda. La terza generazione è sulla rampa di lancio.

Il modo migliore per gustare l’olio?

Su una fetta di pane cunzato: pane caldo, olio extravergine, acciughe, pomodoro, sale, pepe, piccole scaglie di Parmigiano e basilico.

Gli chef della serata dei trent’anni?
Tanti amici, Michelangelo Citino, Pino Cuttaia con il figlio Angelo, Damiano Nigro, Stefano Mazzone, Gaetano Basiricò, Domenico Candela e Lia Stellino Basiricò. Ma anche amici produttori come Claudio Cerati e il salmone Upstream e Luisa Agostino e il prosciutto di Suino Nero dei Nebrodi.

Prossimi progetti?
La nuova uscita di un nuovo olio extravergine d’oliva da sette cultivar, presentato in anteprima durante la serata celebrativa dei nostri trent’anni.