È partito da qualche olivo alla fine del 1800, Michele Librandi, che poi ha trasmesso al figlio Ettore e al nipote Michele. È stato però Pasquale a fare il salto di qualità, ampliando l’azienda fino a 200 ettari, che hanno consentito l’ingresso diretto sul mercato.
Oggi è il turno della quinta generazione: cinque fratelli e sorelle, fra cui Michele Librandi, che è anche presidente di un’associazione nazionale di frantoiani, la FOA.
“Stiamo cercando di portare il nostro contributo e di innovare, per esempio abbiamo iniziato a confezionare con un nuovo packaging, per attrarre il cliente già con gli occhi”, illustra.
Sono etichette che parlano di una lunga storia, citando nei suggestivi decori aurei il radicamento a Vaccarizzo Albanese, paese fondato nel 1500 da esuli in fuga dall’invasione ottomana, dove si parla arbëresh, sorta di albanese antico, e si osserva il rito greco bizantino all’interno di chiese tappezzate d’oro.
L’oro tuttavia brilla anche dentro la bottiglia. “Chiudiamo tutta la filiera in regime di agricoltura biologica dal 1997 per una scelta di nostro padre, che portiamo avanti con orgoglio. Abbiamo il frantoio aziendale, dove trasformiamo solo le nostre olive, e siamo in grado di controllare ogni passaggio, dalla coltivazione alla bottiglia. Produciamo quattro monocultivar dai caratteri definiti, che variano con la stagionalità, e il blend Appena Franto, che è il primo in commercio all’inizio di ogni campagna. Ad accomunarli è la cura nel produrli, che si riconosce all’assaggio e in abbinamento con il cibo. Certo questi sono anni complicati per l’agricoltura, dato il cambiamento climatico che stiamo attraversando e che si ripercuote direttamente sulle coltivazioni sotto il cielo. Di recente non sono mancate le difficoltà di produzione, ma il 2025 nel sud Italia è stato ottimo, altrove no, a riprova del fatto che nessun territorio è immune. Noi ci avvaliamo di tecniche per mitigare gli effetti, come l’irrigazione, e cerchiamo di adattarci, ma in alcune stagioni potrebbe non bastare. Dal punto di vista del mercato, invece, negli ultimi anni c’è stata una rivalutazione dell’olio, che è riuscito a ottenere una maggiore riconoscibilità da parte del consumatore. È successo che è diminuito il quantitativo disponibile a livello mondiale, giocoforza c’è stata una domanda maggiore rispetto all’offerta e i prezzi si sono alzati per tutte le tipologie. In particolare i prodotti di nicchia, che partivano da cifre maggiori, hanno vissuto un momento positivo, in cui la forbice con i prodotti medi si è assottigliata, propiziando l’avvicinamento di un numero maggiore di consumatori. È vero che la concorrenza internazionale sta crescendo quantitativamente e come noi progredisce sotto il profilo qualitativo, ma molti oli entrano in Italia pur non rispettando la normativa comunitaria, vedi pesticidi che da noi sono vietati. I controlli su questi prodotti sono insufficienti, esponendo a rischio i consumatori; inoltre fraudolentemente alcuni oli che arrivano da fuori, vengono magicamente trasformati in comunitari. Un danno per il consumatore come per tutto il settore. Bisognerebbe aumentare i controlli nei porti e fare in modo che le nostre norme si applichino di fatto anche all’estero, così da ottenere una parità che attualmente non c’è”.
Ma Librandi non è solo olio: è uscita sul mercato la collezione di marmellate di agrumi biologici coltivati in azienda. L’intenzione è poi quella di implementare l’ospitalità, per un’esperienza a trecentosessanta gradi.
“Qualcosa che esiste già, ma che vogliamo connettere meglio in chiave di oleoturismo. Ci piace l’idea di far vivere a chi ci visita l’esperienza dei luoghi e dell’azienda, che compiamo ogni giorno, in modo che possa rendersi conto di come viene ottenuto il prodotto”.