C’è il pomodoro fresco, protagonista dell’estate italiana, e c’è quello trasformato, che finisce in passate, pelati e conserve esportate in tutto il mondo. Due filiere diverse, ma unite oggi dallo stesso problema: l’aumento dei costi lungo tutta la catena produttiva. Negli ultimi mesi il pomodoro è diventato uno dei simboli del caro spesa: rispetto al 2022 alcune varietà premium come datterino e ciliegino registrano rincari al dettaglio fino all’80%, con prezzi che nei supermercati superano ormai anche i 5-6 euro al chilo.
Anche le varietà più tradizionali, dal cuore di bue al pomodoro da insalata, hanno subito aumenti tra il 30% e il 70%. Dietro un prodotto apparentemente “semplice” si nasconde infatti un universo enorme, fatto di varietà, territori, industria, distribuzione e identità gastronomica, oggi messo sotto pressione da energia, trasporti, packaging, cambiamenti climatici e manodopera sempre più costosa.
Perché il pomodoro – va ricordato – è tecnicamente un frutto e non un ortaggio. E in Italia rappresenta molto più di un ingrediente: è cultura, economia, export e racconto del Mediterraneo. Secondo i dati della filiera conserviera italiana, il nostro Paese è il secondo trasformatore mondiale dopo gli Stati Uniti, con una produzione che nel 2025 ha raggiunto 5,84 milioni di tonnellate e un fatturato di 5,5 miliardi di euro, di cui 3 derivanti dall’export. Oltre il 50% delle conserve italiane viene esportato all’estero.
A guidare il settore è Anicav, nata a Napoli nel 1945 e oggi principale associazione di riferimento dell’industria conserviera italiana, con oltre cento aziende associate e circa 120 stabilimenti produttivi sul territorio nazionale. “Per quanto riguarda il pomodoro in conserva non credo si siano registrati rincari particolarmente evidenti – spiega il direttore generale Giovanni De Angelis – ma l’industria italiana è stata investita negli ultimi anni da un forte aumento dei costi energetici, ulteriormente aggravato dalla crisi mediorientale”. A pesare è anche il costo della materia prima agricola: “In Italia il prezzo del pomodoro destinato alla trasformazione è il più alto al mondo e negli ultimi quattro anni è aumentato del 50%, con punte vicine al 70% nel bacino del Centro Sud”.
Secondo De Angelis, il cambiamento climatico sta modificando profondamente la filiera: siccità, ondate di calore e precipitazioni estreme rendono più difficile mantenere rese costanti e qualità elevata. “Le ondate di calore provocano stress idrico alle piante, riducono la pezzatura dei frutti e incidono negativamente sulla produttività”, osserva.
Sul piano occupazionale, il comparto coinvolge circa 10 mila lavoratori fissi e 25 mila stagionali, numeri che raddoppiano considerando l’indotto tra logistica, imballaggi, vivai e meccanica agricola.
Ma il primo impatto del rincaro si vede soprattutto nel segmento del fresco. A raccontarlo è Sebastiano Fortunato, presidente del Consorzio di tutela del Pomodoro di Pachino Igp, una delle eccellenze orticole del Sud Italia. “Il Pomodoro di Pachino Igp comprende diverse varietà: ciliegino, costoluto, tondo liscio e plum o miniplum. Siamo 140 soci, di cui circa 30 confezionatori, e il valore del prodotto resta legato a una qualità riconosciuta dal mercato”.
Sui costi di produzione, il peso maggiore non è l’energia, “ma la manodopera, che incide fino al 50-60% nelle coltivazioni in serra. Poi ci sono concimazione, plastica ed energia elettrica, ma la voce principale resta il lavoro umano”, sottolinea Fortunato.
Il mercato, aggiunge, resta sensibile alle dinamiche globali: “Il prezzo oscilla e segue l’andamento dell’offerta globalizzata. Il consumatore riconosce la qualità e la storia di un prodotto raro, ma oggi i costi stanno salendo in modo significativo e questo finirà per pesare sulle tasche finali”.
Sul fronte dei controlli, il Consorzio è impegnato in una rete di vigilanza continua: “Operiamo con vigilatori e in collaborazione con enti come l’Istituto zooprofilattico. I controlli avvengono sia fisicamente che online, anche nei ristoranti e nei punti vendita. Proprio due giorni fa abbiamo emesso due diffide contro usi impropri del marchio”.
Il tema centrale resta quello della concorrenza internazionale. “La manodopera all’estero può arrivare a costare il 10% rispetto ai nostri standard. Questo rende la competizione molto difficile”, osserva Fortunato. E sul futuro: “C’è grande incertezza, tra aumento dei costi e instabilità geopolitica. Il prezzo del gasolio agricolo è passato da 70 centesimi a 1,40 euro al litro”.
Accanto al fresco, uno dei simboli della filiera italiana è il Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino Dop, raccontato dal presidente del consorzio Giampiero Manfuso. Per lui il San Marzano resta un’icona assoluta del Made in Italy, ma non più l’unico ambasciatore del pomodoro italiano nel mondo.
“Il San Marzano Dop resta il simbolo storico e culturale più iconico – spiega -. Ma oggi il mercato globale è molto più ampio e condiviso con altre varietà come il pomodorino di Pachino Igp, i datterini, i ciliegini e altre tipologie del Sud Italia”.
Una diversificazione che si intreccia con una produzione sempre più fragile. Il San Marzano soffre in modo diretto gli effetti del cambiamento climatico: ondate di calore, siccità, piogge improvvise e crescente pressione di parassiti. A questo si aggiungono i rincari di energia, fertilizzanti, acqua, imballaggi, trasporti e manodopera. “Il risultato è che il San Marzano oggi è un prodotto simbolico ma fragile, che richiede investimenti continui per restare competitivo”.
Un tema centrale resta quello delle imitazioni. Il fenomeno dell’italian sounding colpisce in particolare il San Marzano, soprattutto negli Stati Uniti. “Non esiste un pieno accordo internazionale sulla tutela delle indicazioni geografiche e questo favorisce le contraffazioni”, osserva Manfuso.
Sul piano economico, il valore al consumo del San Marzano Dop è oggi di circa 45 milioni di euro, ma l’inflazione sta modificando i consumi: il retail rallenta, mentre il canale Horeca continua a sostenere la domanda.
Infine, il punto di vista della distribuzione. A raccontarlo è Marco Cirrincione, category buyer ortofrutta di Prezzemolo & Vitale, la catena di supermercati di qualità con oltre una dozzina di punti vendita tra Palermo e Londra della famiglia Prezzemolo e Vitale. “Il pomodoro fresco è diventato uno dei simboli più evidenti del caro-spesa ortofrutticolo. Il consumatore ha percepito aumenti molto concreti soprattutto su datterino e ciliegino”.
Secondo Cirrincione, rispetto a tre anni fa il datterino costa oggi mediamente tra il 60% e l’80% in più, il ciliegino tra il 50% e il 70%, il cuore di bue tra il 40% e il 70%, mentre il pomodoro da insalata registra rincari tra il 30% e il 45%. “Nel 2022 il datterino all’ingrosso oscillava mediamente fra 3 e 3,5 euro al chilo, mentre oggi raggiunge spesso i 5-6 euro. Sugli scaffali della Gdo un datterino che il consumatore acquistava a 2,99-3,49 euro/kg oggi supera frequentemente i 5 euro/kg, con punte oltre i 6 euro”.
Le cause, spiega, riguardano tutta la filiera: aumento dei costi energetici dopo la guerra in Ucraina, rincari di fertilizzanti, concimi, packaging e trasporti, oltre agli effetti del cambiamento climatico. “Il risultato è che il prezzo finale cresce molto più rapidamente rispetto a quanto percepito dal produttore agricolo”.
Secondo Cirrincione il cambiamento non riguarda tanto i volumi quanto le scelte: “Non c’è un crollo dei consumi, ma una selezione più consapevole. Il cliente compra meno, ma sceglie meglio”. Cresce l’attenzione per origine e qualità: “Pachino Igp, datterino, ciliegino di Vittoria e Siccagno oggi vengono riconosciuti e cercati da un pubblico sempre più ampio”.
Un cambiamento che sta ridisegnando il rapporto tra industriale e artigianale, con i piccoli produttori che spesso riescono a mantenere prezzi più stabili grazie a filiere corte. “In Sicilia il pomodoro resta ancora un elemento identitario: dalla salsa fatta in casa allo strattu fino al Siccagno coltivato senza irrigazione. Il nodo è culturale, perché il problema non è il prezzo in sé, ma il prezzo senza racconto”.