Spoiler: questo libro è bellissimo, parla di vino ma è solo, forse un pretesto per parlare delle cose più alte della vita, che il vino, almeno quello buono implica sempre.
I libri sul vino sono (quasi) sempre noiosi, scritti con una prosa inutilmente tecnica e tendono a fallire, in quello che il vino riesce a fare meglio, ovvero descrivere le zone d’ombra che la sobrietà non riesce a penetrare, il corpo, l’anima e altre cose bellissime.
È una sorta di eno-memoir, quello che ci regala, Alicia Dorey, curatrice editoriale di Figaro Vin, podcaster e una delle penne più affascinanti del mondo del vino a livello europeo.
Parlare di vino, è sempre anche parlare di regole sociali, di stigma e della società nel suo insieme specie se si è donne, la cui ebbrezza ancora oggi incontra forti resistenze, ed è ancora vista come poco appropriata, al contrario di quello che avviene per quella degli uomini.
Parlare di vini, di ebbrezza è sempre parlare (e scrivere) di identità, e di intimità con se stessi e con gli altri, visto che il bere richiama sempre un’alterità e una compagnia, sia anche quella con noi stessi, in cui ogni persona scopre in qualche modo chi è, e che gli altri imparano conoscere in una dimensione differente.
Se l’alcol, il bere, il vino ci aiutano a portare alla luce elementi e dimensioni di noi stessi che ci sembravano, nelle sobrie luci del giorno solare, precluse, ci aiutano ad interagire in modo diverso con gli altri umani che sono intorno a noi.
Il vino e l’ebbrezza che porta con sé sono acceleratori di umanità, catalizzatori d’emozione, amplificatori di sensazioni: “C’è una scena che il vino produce continuamente e che raramente viene descritta con onestà: due persone che si conoscono poco, un bicchiere, e poi qualcosa che si apre. Non la bottiglia — loro”.
Stappare una bottiglia con qualcuno significa spesso aprire anche se stessi insieme alla bottiglia, uscire da quello che siamo di solito, essere per un periodo di tempo limitato, più noi del solito, più liberi di viversi.
Il vino è un piccolo amplificatore d’amore, più o meno fugaci, di discorsi più o meno profondi, ma sempre di ricordi vividi, un facilitatore di momenti indimenticabili.
Un libro che invita a bere, con moderazione, che invita all’ebbrezza, alla scoperta si di se stessi, degli altri e dell’intimità, che il vino incentiva e asseconda, intimità con noi stessi, con altri umani appena conosciuti, con altri umani di cui siamo innamorati, o di cui crediamo di essere innamorati.
Un libro che ci invita a essere indulgenti con noi stessi e a non vivere la vita come “una successione di astinenze” e nella consapevolezza che l’unico rimpianto, il giorno dopo, può solo essere quello di “aver dovuto rifiutare un Pomerol dell’82”.
Un libro che invita ad essere felici, almeno per un po’ almeno in certe sere, a viverci meglio, più liberi, più intimi con noi stessi, e con il resto degli umani che ci circondano, perché forse a questo serve il vino, e per questo forse, nonostante tutte le crociate salutiste che si susseguono ciclicamente da migliaia di anni, il vino è destinato a restare nelle nostre vite.
Un plauso all’edizione italiana, dell’editore Kellerman per la consueta cura che rende questo piccolo volume un gioiello editoriale grazie ad un apparato fotografico di grande livello, totalmente assente nell’edizione francese, che avevo recensito su queste pagine (ecco il link).
Un libro, urgente, bellissimo che un po’ inebria.
All’Ebbrezza – La prima volta in ogni sorso
Autore: Alicia Dorey
Traduzione: Francesco Piccat
Editore: Kellerman
Pagine: 128
Prezzo: 18 euro