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Il caso

Attilio Scienza: viti ad alberello? Troppo onerosi e non sempre adatti al terroir

11 Novembre 2014
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Al monito di Jancis Robinson, lanciato lo scorso ottobre a Taormina Gourmet, sul recupero e sull’adozione dell’alberello come migliore strada per difendere la tipicità dei vini e il territorio (leggere qui), Attilio Scienza risponde con pragmatismo: “i conti con la matita” e quello che vuole il mercato.

Dopo avere interpellato Maria Cristina Geminiani, la produttrice che ha riportato l'alberello in Romagna (leggere qui), abbiamo voluto sentire il parere del professore. Premesso che Scienza ne sostiene il valore storico e culturale, tanto da ricordarci che Enotria, il nome dell’Italia nell’era classica, proviene dal termine greco Enotros cioè “il palo della vite” usato allora come supporto per l’alberello, invita a tenere in considerazione alcuni fattori prima di cedere alla strenua difesa di questa pratica. In primis i conti che si devono fare per stare sul mercato. “Con tale sistema – ricorda – il produttore non ci rientra di sicuro, a meno che non decida di firmare poche migliaia di bottiglie. E’ il più costoso. Certo, rimane la migliore scelta agronomica solo in determinati areali dalle peculiari condizioni climatiche, come a Pantelleria o in alcune zone ventose della Grecia, o ancora in Puglia. Lì allora ha un senso”.
 
 Per Scienza il vino viene buono a prescindere dal sistema di allevamento che si sceglie a condizione che la gestione sia pensata e ragionata. “La spalliera – ci dice – può dare ottimi risultati. Rispetto all’alberello, che ha limiti strutturali, ha un vantaggio: ha una parete fogliare più estesa, il rapporto area fogliare-uva è molto più favorevole. Però l’importante è non superare certi limiti. Chi li oltrepassa, chi abusa, ovviamente non può ottenere più vini di particolare pregio”.
 
C’è poi un altro punto a sfavore dell’alberello, secondo il professore. Non sarebbe l’allevamento con cui si possono fare i vini che vuole il mercato in questo momento. “Nella zona del Primitivo, dove l’alberello è la forma davvero più interessante ed esclusiva, consente la sovramaturazione, ed è giusto in quella zona. Ma non penso che il consumatore moderno voglia tutti vini con sovramaturazione. Con l'alberello è difficile ottenere vini eleganti, leggeri”.
 
Oltre alla questione di stile c’è sempre la vita dell’azienda da tenere presente. “E’ indiscusso che l’alberello abbia fascino – conclude – che sia romantico, la vite ai tempi di Omero, ma ricordiamo che il vino bisogna venderlo. E non è il momento per fare etichette da 20 euro. Non possiamo vivere di sole supernicchie di mercato”.

Manuela Laiacona