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Il caso

La Sicilia contro il Ministero: “Il 75 % delle quote tonno nazionali in mano a 12 barche”

04 Giugno 2018
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di Clara Minissale

Tonno nostrano 7 euro al chilo. Recitava così il cartello posto davanti ad un banco improvvisato ad un angolo di strada a Palermo, sul quale svettava un tonno già per metà ridotto in fette. 

Ed un paio di chilometri più avanti, una scena simile: stesso prezzo, stessa dicitura e un tonno intero issato su un bancone in una piazza del centro storico della città e tagliato “a vista”. Difficile non notare la scena. Come è possibile, infatti, che ci sia tutto questo tonno nostrano se in Sicilia la pesca del tonno è ridotta al lumicino? E se la pesca è ridotta al lumicino, come è possibile che ci siano questi prezzi stracciati? Le bancarelle improvvisate sono state lo spunto per approfondire la questione. E per farlo bisogna partire dall’ultimo dato: il ricorso con istanza di sospensione cautelare presentato dall’assessorato Agricoltura e Pesca della Regione siciliana contro i decreti del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, che sanciscono la ripartizione dei contingenti nazionali di cattura del tonno rosso per il triennio 2018-2020. Secondo la Regione siciliana, il Decreto incriminato, l’ 8876/2018, “non utilizza criteri trasparenti e oggettivi, non ripartisce equamente il contingente nazionale del tonno rosso e non prende in considerazione la pesca artigianale nonostante l’espressa indicazione dell’Unione Europea”.

“A fronte di migliaia di barche che costituiscono la flotta Italiana (circa 7.000 di pesca artigianale) – si legge nella nota firmata dal dirigente dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, Sviluppo rurale e Pesca, Dario Cartabellotta – con il decreto ministeriale, a 12 barche del sistema circuizione viene assegnato il 75 per cento della quota nazionale e ad una sola barca 463 tonnellate di quota, pari al 12 per cento di tutta la quota italiana. Va inoltre evidenziato come proprio lo sviluppo della pesca con le tonnare volanti abbia portato al sovrasfruttamento, penalizzando l’intero comparto ittico e proprio a queste è oggi assicurata la maggior parte della quota”. A nulla giova, dunque, l’aumento delle quote di pesca del tonno stabilito dall’Iccat (International Commission for the Conservation of Tunas), l’organismo di gestione internazionale della pesca dei tonnidi, che ha deciso di aumentare la quota pescabile di tonno rosso nell’arco temporale 2018-2020 di 600 tonnellate, portando le quote italiane da 3.294 a 3.894, con un aumento del 20 per cento.

“L’incremento della quota – continua Cartabellotta – è di importanza strategica per la pesca italiana e non andrebbe riservata a pochissime barche, come avvenuto fino ad ora, ma distribuita fra i diversi sistemi di pesca con particolare attenzione alle imprese di pesca artigianale e tradizionale, tra cui le tonnare fisse. Infatti, da circa 20 anni, il Ministero delle Politiche Agricole ha applicato un discutibile principio giuridico di diritti delle imprese sul tonno rosso, in base al quale, un bene patrimonio della collettività internazionale è stato considerato proprietà privata. Con una Delibera di Giunta, la Regione siciliana ha chiesto al Ministero di decidere una più equa ripartizione delle quote di tonno rosso, invertendo la rotta di assegnare la quota a poche barche penalizzando l’intero sistema della pesca italiana”. Il Tonno Rosso ha un valore commerciale molto elevato, come spiega il dirigente dell’Assessorato, e anche pochi esemplari catturati rappresentano, per una famiglia di pescatori, una possibilità di reddito e occupazione, consentendo di coniugare sostenibilità economica, ambientale e sociale, principio cardine della nuova Politica Comune della Pesca. 

“La scelta dell’Iccat avrebbe potuto avere un reale impatto sulla pesca italiana solo se le nuove quote fossero state redistribuite in maniera equa, per superare una situazione di quasi monopolio in cui la Sicilia ha una quota di pesca del tonno rosso pari al 15 per cento, mentre oltre l’80 per cento è concentrato in Campania”. Per avere una idea del danno economico derivante dalla mancata pesca del tonno, basti pensare che ogni euro prodotto in mare ne vale sette per l’industria conserviera, senza contare il fatto che questa pesca, così radicata nella storia stessa dell’Isola – come dimostrano le 65 tonnare di cui ancora si conservano le tracce – potrebbe alimentare anche l’industria turistica ed enogastronomica.  “Inoltre – conclude Cartabellotta – la mancata regolarizzazione del mercato comporta il proliferare di commercio abusivo con tonni posti in vendita senza controllo, a prezzi stracciati e con seri problemi igienico-sanitari”. 

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