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Il personaggio

Cristina Mercuri, dal diritto al vino la storia della prima donna italiana Master of Wine

11 Marzo 2026
Cristina Mercuri in un ritratto di Daniela Antonucci Cristina Mercuri in un ritratto di Daniela Antonucci

Con una formazione giuridica alle spalle, Mercuri ha costruito un profilo atipico nel panorama italiano: "Non ho mai pensato di arrendermi, se qualcosa non soddisfa lo standard richiesto, significa che devo migliorare io"

Diventare Master of Wine significa entrare in una delle cerchie professionali più selettive del panorama enologico internazionale. Un percorso che richiede rigore analitico, visione globale e una disciplina che non ammette scorciatoie. Con il conseguimento del titolo, Cristina Mercuri entra ufficialmente in questo ristretto consesso, portando a quattro il numero di Master of Wine italiani, ed è la prima donna del nostro Paese a raggiungere questo traguardo.

Con una formazione giuridica alle spalle e anni di esperienza nella formazione e nella consulenza strategica nel settore vino, Mercuri ha costruito nel tempo un profilo atipico nel panorama italiano: metodo, struttura, capacità di leggere il mercato internazionale oltre il prodotto.

Il titolo è il punto di arrivo di un percorso durissimo. Con il suo ingresso in questa ristrettissima cerchia, Cristina Mercuri non conquista solo un traguardo personale, ma apre una riflessione più ampia sulla competitività culturale del vino italiano.

L’abbiamo raggiunta nei giorni immediatamente successivi alla conferma ufficiale del titolo. La conversazione parte dall’emozione e arriva fino a metodo, comunicazione e leadership.

Quando hai ricevuto la telefonata ufficiale, qual è stata la tua prima reazione e come hai festeggiato?

“Ho pianto. È stata una reazione istintiva, liberatoria. Ho ringraziato e abbracciato mia mamma e la mia amica, che è anche la mia assistente, che erano lì con me. È stato un momento molto intenso. Poi ho stappato una bottiglia di Champagne Cristal 2002, per me è il migliore Champagne al mondo in quell’annata, era la sua finestra perfetta. E’ stato il modo più naturale per celebrare”.

Il percorso MW è noto per essere estremamente selettivo. Hai mai pensato di mollare?

“Ci sono stati momenti difficili, inevitabilmente. È un percorso che non fa sconti a nessuno e, per certi aspetti, può sembrare quasi crudele. Ma non ho mai pensato di arrendermi. Ho sempre avuto un approccio molto chiaro: se qualcosa non soddisfa lo standard richiesto, significa che devo migliorare io. Incolpare il sistema non serve. Le regole del gioco sono quelle. Se vuoi arrivare a quel livello, devi accettarle e imparare a muoverti dentro quel perimetro. Devi parlare il loro linguaggio, adottare il loro metodo. È lo stesso principio che applico nel lavoro, con i miei clienti: comunicare in modo efficace significa parlare la lingua di chi ti ascolta”.

Avevi dei rituali durante gli esami?

“Sì, ed è una cosa che mi fa sorridere. Ho superato il secondo stage al secondo tentativo, nel 2022. Durante le prove sistemavo i calici in un determinato modo, con un determinato ritmo: era una forma di concentrazione. E poi portavo con me un piccolo ciuffo di pelo della mia gatta, Ludovica. Quando facevo le simulazioni a casa, lei percepiva la mia tensione e si metteva sulle mie gambe mentre lavoravo e scrivevo e questo mi calmava. Avere con me quel simbolo a Londra quindi mi riportava a casa, era un modo per restare ancorata, per ricordarmi chi ero anche in un contesto così competitivo”.

Prima della formazione e della consulenza nel mondo del vino hai lavorato nell’ambito legale. Quanto ha inciso quella formazione sul tuo approccio?

“Molto. Studiare legge significa sviluppare grande capacità non solo mnemonica ma anche critica, comprendere la ratio dietro ogni norma, gestire una quantità enorme di informazioni con disciplina. Oggi questa struttura mentale rappresenta per me un vantaggio: mi aiuta a essere rigorosa, puntuale, affidabile nei rapporti professionali. Non è rigidità, è rigore tecnico. E il rigore genera fiducia”.

L’Italia produce vini straordinari, ma è meno rappresentata nell’élite professionale globale rispetto ad altri Paesi. Quali limiti culturali o strutturali ti sembrano più evidenti?

“Il primo limite è linguistico. L’inglese è la lingua universale del vino e non possiamo permetterci di non padroneggiarlo a dovere. Poi c’è una questione culturale. In passato si pensava che fare grandi vini fosse sufficiente. Ma oggi non funziona più così. Il mercato è globale, complesso, competitivo. Serve curiosità, fame di imparare e formazione continua. Occorre investire in formazione orientata al business del vino, non soltanto al servizio in sala o alla produzione. E serve un mindset aperto, disposto a mettersi in discussione ogni giorno. È fondamentale lavorare anche sulla comprensione delle culture diverse, perché bisogna parlare il linguaggio di chi ci ascolta. E questo è un tema fondamentale della semiotica: anche la comunicazione va studiata, insegna che ciò che comunichi non è solo ciò che mostri, ma ciò che l’altro è in grado di leggere. Comunicare significa costruire significato. E questo richiede strumenti, studio, consapevolezza, non ci si può improvvisare. Quindi sicuramente serve più professionalità. Questa è la vera sfida per il futuro”.

Oltre alle parole, quali strumenti possono avvicinare i nuovi segmenti di pubblico?

“Oggi il linguaggio è anche visivo e digitale. I giovani vogliono vedere come nasce un vino, vogliono capire i processi, sentirsi parte della storia. Ammiro i produttori che ci mettono la faccia, che raccontano la vendemmia o un rimontaggio sui propri canali social. Questo accorcia la distanza tra chi produce e chi consuma. Se rendiamo il vino accessibile e gioioso, senza banalizzarlo, creiamo coinvolgimento reale”.

Il vino resta un settore a forte predominanza maschile. Cosa serve perché la diversità diventi un vantaggio competitivo reale?

“Serve un cambiamento culturale ed educazione dell’uomo al rispetto. Alcune generazioni devono accettare che i tempi sono cambiati. Oggi certe dinamiche non sono più accettabili e questo è un segnale positivo. Dall’altra parte, le donne sono oggi più consapevoli della propria preparazione e maggiormente orientate a non accettare situazioni che le sminuiscono. Il tema del gender gap salariale è tuttora reale e va affrontato con trasparenza. Non riguarda solo il vino, ma tutto il sistema economico del nostro Paese.”

Che consiglio daresti a una donna che vuole intraprendere un percorso come il tuo?

“Di credere profondamente in se stessa. Di studiare, essere tenace e non accettare compromessi che la rendano infelice. Di guardare a sé stessa come una vincente.”

Se dovessi indicare tre priorità strategiche per rendere l’Italia del vino ancora più competitiva nei prossimi anni?

“La prima è valorizzare il brand Made in Italy in modo più strutturato. Il percepito è già alto: dobbiamo gestirlo con maggiore consapevolezza. La seconda è continuare a esplorare e raccontare i vitigni autoctoni, che rappresentano la nostra unicità nel mondo. La terza è costruire una comunicazione realmente mirata. Non basta tradurre un messaggio: bisogna adattare storytelling e valori al mercato di riferimento. Miami, New York o Hong Kong hanno codici culturali diversi. Definire con chiarezza mission e vision è il primo passo per parlare al mondo in modo efficace.”

Come pensi che questo titolo influenzerà la tua vita professionale da ora in poi?

“Questo titolo è sicuramente un megafono più potente. Mi permette di amplificare la mia voce e di continuare a fare ciò che già stavo facendo, con una risonanza maggiore.”

In un settore che spesso si racconta attraverso l’estetica dell’eccellenza, il percorso di Cristina Mercuri riporta al centro un elemento meno visibile ma decisivo: il metodo.

Disciplina, visione internazionale, consapevolezza culturale. Il titolo di Master of Wine non è soltanto una conquista individuale. È un invito al vino italiano a misurarsi con il mondo parlando la sua lingua, senza rinunciare alla propria identità.