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Pubblicato in Il personaggio il 23 Ottobre 2020
di Giorgio Vaiana
Benedetto Alessandro tra i vigneti dell'Etna

Il giovane enologo siciliano pluricitato nella guida del Gambero Rosso 2021. Ben quattro suoi vini conquistano i tre bicchieri. E noi assieme ai cugini lo abbiamo premiato col Best in Sicily l’anno scorso...

Sfogliate la Guida ai Vini del Gambero Rosso, edizione 2021, appena uscita. Il suo nome tra gli enologi più bravi in Sicilia è citato almeno sei volte. Sia nella pagina introduttiva dedicata all’Isola, sia nelle aziende di famiglia, sia in quella della compagna (Giulia Monteleone, brava e determinata), sia nelle aziende di cui è consulente. Addirittura due volte in una stessa pagina, la 980 (“enologo brillante”, ecc ecc.). Tutto in un anno per Benedetto Alessandro. Il 2020 si sta rivelando per questo trentenne nato in una famiglia di vignaioli veraci a Camporeale, in provincia di Palermo, un anno straordinario. I vini che portano il suo nome hanno conquistato quattro “tre bicchieri”. Se non è un fenomeno, beh...poco ci manca. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo dato il nostro contributo. Perché nel 2019, lui, assieme ai due cugini Benedetto (stesso suo nome) ed Anna, è stato premiato sul palco del teatro Massimo Bellini di Catania con il Best in Sicily come Migliore Produttore di Vino.

Qualcuno sostiene che Best in Sicily porta bene. È accaduto un bel po’ di volte per quei ristoranti che poi dopo il nostro premio hanno preso la Stella Michelin. Ci fa piacere. Il nostro è solo un po’ di intuito giornalistico (lasciatecelo dire) e un po’ di fortuna. Perché per noi i cugini Alessandro, questi ragazzi (sono tutti più o meno trentenni) hanno dimostrato di saperci fare. Ed abbiamo percepito lo spessore del loro lavoro. Attenzione, il merito va condiviso. Perché hanno avuto una scuola formidabile grazie ai loro padri, Antonino, Natale e Rosolino, infaticabili lavoratori e visionari che dalla remota provincia siciliana hanno messo su un modello aziendale in appena due-tre lustri che è una case history per tutto il vino italiano. D’obbligo a questo punto intervistare Benedetto Alessandro e chiedergli se si sente un fenomeno.

Benedetto tra le aziende di famiglia e le cantine che segui hai conquistato quattro “tre bicchieri” del Gambero Rosso in Sicilia. Te l’aspettavi?
“Per niente. Se devo essere sincero mi aspettavo un buon risultato con i vini di Camporeale che secondo me sono molto buoni. Col resto no. Generazione Alessandro. E poi il rosso di Giulia (Monteleone, la sua compagna, ndr). Mi ha sorpreso più di tutti quello di Tenuta di Fessina che ha sempre vinto premi con i bianchi. Questa volta con un rosso. Wow. Sono contento. Con la cantina di Silvia Maestrelli ci collaboro dall’aprile 2019. E sono contento anche perché questo 2020 è disastroso negli aspetti commerciali. Ci consoliamo con quelli produttivi, almeno”.

Confessa. Ti senti un fenomeno?
“Per nulla. Figuriamoci. Io mi sento solo un giovane enologo molto, e ripeto molto, appassionato al vino e al lavoro che faccio. Passione e pancia a terra. Tutto qua. Questo mi dà una grande spinta, per me è il mestiere più bello del mondo. Perché convivono aspetti produttivi e tecnici e poi aspetti relazionali, mondani, anche piacevoli. Incontri clienti, addetti ai lavori, giornalisti. E il vino è un prodotto che ti spinge a vivere tutto con gioia. Anche se parti da una base faticosa. Oggi ho concluso le vendemmie. E sono state settimane impegnative tra Camporeale e l’Etna”.

Il tuo percorso di studi?
“Fino alla maggiore età il vino non faceva parte della mia vita. Mi piaceva molto la matematica e la fisica. Vedevo un possibile percorso di studi per diventare ingegnere”.

Poi cosa è successo?
“È accaduto che affiancando mio padre nei lavori di cantina mi è scattato qualcosa dentro. Ricordo che facevo le cose meccanicamente, senza capire perché dovevo farle. Così ho deciso di iscrivermi alla scuola di enologia di San Michele all’Adige e lì mi si è aperto il mondo. Nel 2012 faccio la prima vendemmia a Camporeale, la prima per il Grillo di Mandranova, per me un vino formativo. Nell’inverno di quell’anno vado in Tasmania, una zona dell’Australia del vino meno convenzionale. Torno a casa e lavoro per la vendemmia successiva e ancora due anni di esperienza in Cile presso una cantina da tre milioni di bottiglie di proprietà di italiani. Esperienza bellissima soprattutto per comprendere l’organizzazione e la logistica di una cantina”.

Sempre nuovo mondo, mai Europa?
“Era l’unico modo per poi fare vendemmie a casa”.

L’Etna è ormai fondamentale per te...
“Decisamente. L’Etna mi sta dando grandissime soddisfazioni. Incontra di più il mio gusto. Ad alti livelli il vino non è più un numero ma sensazioni, emozioni, suggestioni...Attorno al vulcano tutto mi viene più semplice. A tal punto da sentire la mia dimensione più sull’Etna che a Camporeale. Incontro casuale quello con l’Etna. Rientrato dal Cile alcuni anni fa faccio la vendemmia. E vado a un evento. Nel banchetto accanto a me avevo due cantine dell’Etna, Palmento Costanzo e Teresa Eccher. Tutti venivano da me a chiedermi vini dell’Etna e io a dirottarli nei banchetti a lato. Mi è venuta la curiosità. Fino al 2015 non ero mai stato sull’Etna. Un po’ di visite e poi è scoccato l’amore. Nel 2016 abbiamo acquistato il primo terreno”.

(La premiazione lo scorso anno degli Alessandro a Best in Sicily)

Il tuo rapporto con Carlo Ferrini, consulente della vostra azienda?
“Devo molto a lui. Soprattutto perché mi ha aperto gli occhi su quello che è l’assaggio dei vini. Pensi sempre che per capire il vino serve sapere di tecnica, chimica, microbiologia. In realtà serve anche altro. E Carlo mi ha fatto capire come si assaggia un vino. Lui ha doti naturali incredibili e un approccio inarrivabile. E poi con lui mi trovo benissimo perché è un consulente atipico. Non dà mai protocolli, marche preferite su qualcosa, lieviti, macchine o altro. Sei totalmente libero”.

Territori o vini di riferimento?
“Sono tutti pazzi per la Borgogna. Ma per me i grandi vini del mondo sono quelli di Bordeaux, restano un passo avanti”.

La Sicilia del vino come la vedi?
“La vedo in pienissima forma. Però ora bisogna vedere cosa succederà dal punto di vista economico. Temo sfracelli. Dal punto di vista produttivo la vedo benissimo. Mi rammarica però un po’ vedere che stiamo rimanendo un pelo indietro rispetto al volano Etna. Speravo che il vulcano trascinasse tutti invece resta un fenomeno a sé”.

Dipende da voi.
“Sì, dipende da noi, ma anche dal sistema. È molto grave che in Sicilia non ci sia un evento ufficiale che unifichi tutta la Sicilia del vino. Sì, c’è l’evento Sicilia en Primeur ma è una cosa di Assovini che non potrà raggruppare tutti. La Doc Sicilia raggruppa poca Etna e l’Etna va avanti per i fatti propri. L’Etna corre sulle sue gambe a una velocità tripla rispetto al resto della Sicilia”.

Cosa farai da grande?
(Ride). “Continuare a divertirmi. Se ti diverti il lavoro non ti pesa. Il vino è la mia grande passione”.

F.C.

 

 


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