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L'intervista

Marzia Varvaglione: “Il vino in calo di vendite? Le aziende reagiscano, serve più qualità. E poi tutti uniti contro la demonizzazione dell’alcol. E sulla mia Puglia…”

07 Gennaio 2026
Marzia Varvaglione, proprietaria dell'omonima azienda di famiglia in Puglia e presidente del Ceev Marzia Varvaglione, proprietaria dell'omonima azienda di famiglia in Puglia e presidente del Ceev

Per la presidente del Ceev è un momento cruciale: “Le guerre e l’instabilità peggiorano tutto, attenti serve anche un altro linguaggio, più enoturismo e nuovi stili produttivi. Io produco Primitivo…il futuro è dei bianchi? E noi alleggeriamo i rossi”

Marzia Varvaglione, qual è il tuo primo ricordo legato al vino?
“Essendo cresciuta letteralmente con le mani nelle vinacce – c’è chi nasce con le mani in pasta – il mio primo ricordo è nella nostra vecchia azienda vinicola, che oggi è il nostro showroom a Talsano, in provincia di Taranto, molto vicino al mare. In pratica ho trascorso le mie vacanze tra mosto e vinacce. E d’estate, con i miei fratelli e i miei genitori, ci trasferivamo proprio lì, nella palazzina dell’azienda, per trascorrere parte delle vacanze. Qui si inizia a vendemmiare intorno a metà agosto così prima andavamo al mare e poi in azienda a fare vino. Il ricordo più bello? Con mio fratello Angelo: correvamo e giocavamo a nascondino con gli operai – che ovviamente non sapevano di giocare con noi – nascondendoci dietro le montagne di raspi, dove costruivamo vere e proprie “casette”. Che divertimento, a pensarci. Grande spensieratezza “.

Siamo a Leporano, in provincia di Taranto. Marzia Varvaglione, 36 anni, assieme ad Angelo e Francesca, rappresenta la quarta generazione di questa famiglia che da sempre ha creduto e crede nel vino. È interessante una chiacchierata con lei anche per sentire un po’ lo stato dell’arte del vino visto che da alcuni mesi è la nuova presidente del Ceev, il Comitato degli imprenditori europei del vino, ovvero tra le più importanti organizzazioni di rappresentanza del settore a livello europeo. Un ruolo di prestigio che si è costruito nel tempo anche come presidente Agivi, ovvero i giovani dell’Unione italiana. E oggi il suo tempo è sempre più diviso tra la Puglia, Roma e Bruxelles.

Come sta oggi il vino?
“Penso che stia vivendo un cambiamento sostanziale, soprattutto strutturale, iniziato dopo il Covid, che ha stravolto le nostre vite anche a livello lavorativo. Oggi si parla molto di equilibrio tra vita privata e lavoro, di difficoltà nel reperire risorse umane, e questo si riflette anche nel modo di consumare il vino. Se prima c’era un consumo più standardizzato, oggi le nuove generazioni devono ancora davvero avvicinarsi al vino. Non esiste più, ad esempio, la cultura del bere vino, a pranzo, in famiglia. È proprio un cambiamento strutturale e bisogna riposizionarsi: sarà sempre più importante l’esperienza che si offrirà al consumatore finale. Il vino deve essere di qualità, in grado di raccontare una storia, ma è tutto ciò che gli si costruisce intorno a fare la differenza. Siamo nel mezzo di un cambiamento e non è necessariamente sempre un male”.

Ma il calo dei consumi lo avverti anche nella tua azienda?
“Come azienda stiamo vedendo una riconversione verso una fascia di prezzo più alta. I consumi sono leggermente in calo, ma i fatturati reggono grazie al riposizionamento. Come presidente del Ceev abbiamo preso atto di una situazione complessa: in Francia si parla di espianti dei vigneti a Bordeaux, inimmaginabile sino a qualche tempo fa, in California l’uva resta sulle piante. In Italia comunque le giacenze sono alte. Il calo è fisiologico. Il mio consiglio, avendo una visione più internazionale, per i produttori nazionali, è produrre leggermente di meno e valorizzare i vini Doc o comunque di fascia alta. Le sovrapproduzioni non fanno bene né ai prezzi dei nostri vini né al valore dei vigneti: è sempre un gioco tra domanda e offerta”.

I produttori non dovrebbero fare anche un po’ di autocritica? Non credi che si sia privilegiato troppo l’export e trascurato il mercato interno? Il tutto poi appesantito da un linguaggio troppo distante dai giovani?
“Il passaggio generazionale esiste e il tono della comunicazione deve cambiare. Il consumatore di oggi non è quello di dieci anni fa. Poi in Italia abbiamo una questione importante. Sul mercato interno c’è anche un problema di pagamenti: nella ristorazione spesso si incassa a 180 giorni o più. I grandi gruppi riescono a reggere, le piccole e medie aziende molto meno. Questo ha spinto molti verso l’export, che in passato sembrava più solido”.

Ma la legge sui pagamenti a 60 giorni?
“Riguarda soprattutto le materie prime e prodotti deperibili, non il vino imbottigliato. L’export sicuramente è un mercato che nel passato ci sembrava anche più solido, ma abbiamo visto che ha iniziato a vacillare per colpa di una crisi che non sembra rallentare. Abbiamo vissuto prima il covid, poi la guerra Russia-Ucraina, adesso i dazi Usa. Il settore del vino negli ultimi 4-5 anni sta attraversando una tempesta…”

E il linguaggio troppo “aulico” attorno al vino?
“C’è anche questo problema, è vero. Bisogna più parlare di esperienze, non più solo di prodotto, cercando di coinvolgere il consumatore ed evitando un linguaggio troppo ampolloso. Essere molto più accessibili. Sappiamo bene che quando una persona non esperta si siede davanti a una carta dei vini spesso va in difficoltà, si sente in imbarazzo e alla fine si improvvisa, si ordina un gin tonic per non sbagliare. Questo è un problema reale”.

Come si può cambiare questa situazione?
“Offrendo esperienze, aprendo le porte delle aziende e puntando sull’enoturismo come ulteriore leva può essere sicuramente una strada. Bisogna conquistarli facendo respirare la nostra stessa aria, far calpestare la nostra terra. Grazie a questa esperienza, senza troppa cerimonia, solo così ci si innamora davvero del vino”.

Dal marzo scorso sei stata eletta presidente del Comité Européen des Entreprises Vins, il Ceev, che anche è la principale organizzazione di rappresentanza dell’industria e del commercio vinicolo nell’Unione Europea, con sede a Bruxelles. Com’è cambiata la tua agenda?
“È diventata molto impegnativa. Divido il tempo tra l’azienda, che resta fondamentale, e il ruolo istituzionale. Oggi le criticità che affrontiamo a Bruxelles riguardano soprattutto il rapporto tra alcol e salute. Stiamo combattendo contro la demonizzazione dell’alcol, cercando di comunicare l’importanza del consumo moderato del vino”

Quali sono i Paesi europei più rigidi in questo dibattito?
“L’Irlanda è tra i Paesi più duri, con l’inserimento delle “health warnings” in etichetta. Sicuramente anche la Francia ha vietato la comunicazione sugli alcolici. La Polonia sta valutando diciture simili. Quello che noi stiamo cercando di fare con tutta la filiera del mondo del vino è cercare di trovare un punto di incontro per creare un’etichettatura standard e iniziare ad arginare il problema perché se si lascia poi troppo autonomia rischiamo letteralmente di fare un bel tonfo a tutti quanti. Il problema è la mancanza di armonizzazione: ogni Paese detta le proprie regole e chi esporta deve adeguarsi”.

L’Irlanda è una grande produttrice di birra, quindi se demonizzano il vino sono costretti a farlo anche con la birra però…
“Sì, sappiamo bene che così come in alcuni Paesi del Nord d’Europa, anche in Irlanda c’è un forte problema di alcolismo quindi a volte si fa di tutto un’erba un fascio o, magari, si può anche chiamare protezionismo dei giorni nostri”.

C’è una via d’uscita o è solo difesa?
“Questa è una battaglia complessa. Purtroppo ci sono istituti che cercano di trattare l’alcol in forma troppo generica non distinguendo l’uso dall’abuso. Noi dobbiamo far capire, con dati scientifici, che il consumo moderato fa parte della dieta mediterranea”.

Tu sei a capo di Agivi: quante aziende rappresenta? E il Ceev?
“Agivi in Italia rappresenta 150 associati tra i giovani dell’Unione italiana vini, Il Ceev, invece, rappresenta 25 associazioni nonché 13 nazioni europee, per esempio in Italia rappresentiamo Unione Vini e Federvini”(dove ricopre la carica di vicepresidente con Filippo Pollegato accanto al presidente Lamberto ndr).

Tornando alla tua regione, la Puglia del vino come sta?
“Sta bene, anche se potrebbe fare meglio. Alcuni produttori sono in difficoltà, altri reggono. Negli ultimi anni c’è stato un consolidamento dei brand più forti. Il Consorzio del Primitivo di Manduria sta lavorando bene, anche grazie alle fascette Doc. Questi periodi servono a fare un po’ di “pulizia”.

Sei più da Primitivo o da Negroamaro?
“Primitivo”.

Quanto è importante l’enoturismo per voi?
“Facciamo ancora poco rispetto al potenziale. Arriviamo a circa 3 mila visitatori l’anno, con picchi di 5 mila. È un ambito su cui vogliamo investire di più”.

Progetti futuri per Varvaglione?
“Recentemente abbiamo acquisito un’azienda agricola che si chiama Casino Nitti, di proprietà di Claudio Quarta: sono circa 75 ettari. Siamo nell’agro di Lizzano, Taranto. Quarta ha venduto ai Tommasi la cantina, le due camere e il ristorante. Noi, invece, abbiamo comprato tutti i vigneti. Quindi oggi, come Varvaglione, siamo arrivati praticamente a più di 200 ettari sparsi fra tre comuni tutti in provincia di Taranto”.

E progetti in altre zone d’Italia?
“Preferirei non dire nulla al momento – si schermisce con un sorriso – Sono un po’ scaramantica…ma tra i progetti posso dire per esempio che stiamo lavorando al nostro primo metodo classico da uve Fiano: 5.000 bottiglie numerate, con sboccatura prevista per Vinitaly 2026″.

Già, il metodo classico. C’è una tendenza verso i bianchi e gli sparkling: come la vedi?
“Dipende da come si fanno e dal territorio. Per noi è una ‘coccola’ per i nostri clienti, non una scelta di volumi. È vero che oggi si bevono più bianchi, e anche io, pur amando i rossi, mi ritrovo a sceglierli più spesso. Ma continueremo a valorizzare i vitigni autoctoni pugliesi, lavorando in modo moderno”.

E sui dazi si sentono i primi effetti?
“È normale che in qualche modo incidono, saremo in grado a marzo di capire realmente gli effetti perché sono stati introdotti poco prima degli acquisti per l’ultimo trimestre. Sicuramente avranno degli effetti negativi, parlo come Ceev: è ovvio che il 15% non può essere assorbito nemmeno in parte”. Per quanto riguarda invece la mia azienda, il primo mercato è sicuramente l’Europa, quindi Germania, Svizzera e altri paesi europei. Però gli Stati Uniti sono comunque importanti per tutti. Noi esportiamo in tutto il mondo l’85% della nostra produzione, che sarebbero circa 4 milioni di bottiglie, e solo 100 mila vanno negli Stati Uniti”.

Invece cosa pensi dei vini dealcolati?
“Penso ci sia spazio nel mercato anche per loro. Non salveranno il mondo del vino e rimarranno probabilmente una nicchia sempre più grande, ma non potranno mai considerarsi come prodotti né sostitutivi né paragonabili. Non bisogna chiudere a prescindere la porta, bisogna essere aperti, anche perché non dobbiamo soltanto produrre quello che a noi piace. Esiste sempre il consumatore finale che detta le regole di mercato, ma senza ovviamente perdere la nostra identità”.

Anche voi come azienda vi proietterete un po’ sui bianchi o in questo rimanete sempre fedeli a quello che è il territorio, quindi primitivo soprattutto?
“Già nel 2012 abbiamo iniziato a fare vini rossi a bassa gradazione alcolica, i nostri 12 e mezzo, di cui siamo sempre stati market leader, quindi credo che continueremo così”.

Siete stati un poco profeti?
“Si – ride – ci abbiamo creduto fin da subito, teniamo molto in considerazione il consumatore, ma continueremo a mantenere molto forte la nostra identità pugliese, continuando a produrre rossi più leggeri. Faremo sicuramente qualche bianco in più ma non perderemo la nostra identità”.