Sono trascorsi diciotto anni, appena un giorno nella sua storia secolare, da quando Fontanafredda, oggi il maggiore produttore di Barolo grazie a 120 ettari di proprietà e una bottiglia stappata su 14, è passata nelle mani di Oscar Farinetti, che l’ha affidata al figlio Andrea, enotecnico diplomato alla Scuola Enologica di Alba. La presentazione dell’annata 2022 lo scorso 4 marzo è stata l’occasione per tracciare un primo bilancio (provvisorio) delle numerose iniziative intraprese, assaggiando anche i frutti maturi di una gestione ormai consolidata, sotto il segno del “rinascimento verde”.
Era il 2018 quando è arrivata la certificazione bio, che viene interpretata dall’azienda con rigore: non solo mancanza di diserbanti e concimi di sintesi, ma anche adesione a un’agricoltura rigenerativa, che prevede la reimmissione nel terreno dei tralci triturati con letame, per una maggiore fertilità. E poi i 13 ettari del bosco più grande della bassa Langa, polmone di biodiversità, con la piantumazione di alberi sempre nuovi per mitigare il cambiamento climatico; l’acqua usata, passata per i fitodepuratori e rimessa in circolo; l’energia da biometano e la sostenibilità di tappi e bottiglie. Motivi di soddisfazione per Andrea Farinetti, ma insufficienti per fermarsi, che danno piuttosto la carica per nuovi progetti.
Il primo si chiama “Lost to be found” e consiste in una serie di sculture affidate all’artista sardo Giuseppe Carta, che servendosi di un nucleo di acciaio, rivestito di resina più componenti nobili in bronzo, riproduce fra i filari non solo il grappolo iconico del nebbiolo, ma anche sette frutti un tempo tipici e oggi dimenticati a causa dell’egemonia della vigna, come la pesca e il lampone.
Il finale è per il peperoncino, feticcio di Carta, che non è certo tradizione in zona. Ma proprio questo è il messaggio: la biodiversità in quanto categoria umana si evolve nel tempo ed è anzi infinita, come il simbolo citato dall’attorcigliarsi del cornetto. Il secondo progetto delineato riguarda l’anatomia sempre più precisa di un territorio dalla geologia complessa e affascinante: se Serralunga d’Alba ha ottenuto l’unica menzione comunale della denominazione, è ora tempo di MGA, o menzione geografica aggiuntiva: l’indicazione in etichetta di vigne specifiche, dotate ciascuna di una propria individualità.
Seguendo questa filosofia, Fontanafredda ha deciso di affiancare ai tre storici cru di Vigna La Rosa, La Villa e la Delizia, tre novità: Vigna Bianca, Vigna San Pietro e Gallaretto. Affiancano il Barolo Renaissance, che dopo il covid è stato dedicato ogni anno a diversi sentimenti di rinascita, raccontati da un narratore e da un illustratore. Dopo la speranza, la fiducia, il coraggio e l’ottimismo, è la volta della Tenacia.
“Puntiamo sui sentimenti perché oggi mancano, in tempi dominati dal cinismo e dalla legge del più forte”, ha arringato Oscar, preannunciando i contenuti del suo prossimo libro “Omero non deve morire”. La crisi del vino è sotto gli occhi di tutti: in pochi anni la produzione mondiale è scesa da 250 a 200 milioni di ettolitri, perdendo l’equivalente del vino italiano per diversi motivi: è più costoso di quel che dovrebbe, considerati anche i prezzi spuntati dall’olio, se possibile più identitario in Italia; viene oggi reputato dannoso dal 65% dei cittadini del mondo, rispetto al 30% del passato; subisce il pregiudizio giovanile di bevanda da vecchi.
La via d’uscita secondo l’imprenditore sta appunto nella tenacia, applicata in tre mosse: conferire una maggiore identità al vino italiano puntando sulla sostenibilità e sul bio; produrre bottiglie da 30 euro che siano buone come quelle che ne costano centinaia; conquistare nuovi mercati. Lo scrittore Emanuele Trevi, dal canto suo, ha descritto la tenacia in un racconto. Ripercorre l’incredibile biografia dello zio socialista Giacomo Brodolini, che ad appena 49 anni, confrontato a una diagnosi che non gli lasciava scampo, decise di dedicare i pochi mesi di vita residui al compimento della sua missione: lo Statuto dei Lavoratori. Mentre per la parte grafica Elisa Macellari ha pensato a una figura in equilibrio precario su una sovrapposizione di pietre, che cita le sue origini orientali. Sotto il profilo degli assaggi il Barolo Renaissance 2022 è apparso già pronto, piacevole alla beva grazie al tannino dolce e suadente.
Ma il puzzle organolettico delle singole vigne, ciascuna vinificata in modo sartoriale, per esaltarne le caratteristiche conferite da suoli e microclimi distintivi, ha entusiasmato. Le hanno presentate l’enologo Giorgio Lavagna e l’agronomo Alberto Grasso. Se Vigna Bianca è un sorso di finezza fruttata e tannino suadente, Gallaretto nella sua rusticità ha un naso più scuro e complesso, con pronostici favorevoli sulla longevità. Il San Pietro, l’unico vinificato col grappolo intero, è apparso pieno in bocca, fresco al limite del balsamico e stilisticamente contemporaneo.
Lo storico cru La Rosa, primo a essere vinificato separatamente, è un piccolo miracolo di equilibrio, nel suolo e nel bicchiere, con le sue note di rosa appassita, tabacco, viola e un sospetto di vaniglia da legno grande. Più dolce e intensa la Delizia, esposta a sud, mentre la Villa mostra struttura, frutto rosso e acidità. Ma attenzione alle temperature di servizio, qui più fresche del consueto. Se i vini rossi sul mercato globale sono andati in sofferenza, giurano da queste parti, è anche colpa di qualche grado di troppo.