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L'azienda

La pesca sciroppata fra tradizione e pregiudizi, ecco come nasce quella di Volpedo

27 Febbraio 2026
Marco Ravazzano Marco Ravazzano

Dici “sciroppate” e pensi alle cassette di pesche, su cui la nonna si affaccendava nell’afa di tanti estati fa, per portare quel raggio di sole oltre le nebbie e le nevicate davanti al camino.

E poi, in un lampo, a qualche buffet di colazione d’albergo a poche stelle: una ciotola sparuta fra le fette biscottate plastificate e le brioche di cartone. A colmare quel gap temporale e culturale è arrivata la famiglia Ravazzano, che dopo generazioni spese sui campi si è messa in testa di compiere il passo agroalimentare nella trasformazione. Conquistando un posto sugli scaffali che contano: fra i suoi clienti ci sono Roscioli, Alciati, Fulvio Marino e Igor Macchia.

L’azienda si chiama Montemarzina, ma la pesca è quella celeberrima di Volpedo: una storia che inizia intorno al 1900, concretizzata grazie al cavalier Guidobono, che ha portato in zona tutta una cultura e una tecnica agronomica.

“È successo che in un momento di crisi della viticoltura dovuto al dilagare della fillossera, i contadini cercassero alternative nella produzione di frutta, trovando nella pesca una coltivazione adatta ai luoghi. La prima varietà impiantata si chiamava proprio ‘Guidobono’, una pesca bianca delicatissima e aromatica, dal calibro medio piccolo, che siamo riusciti a riscoprire e di cui abbiamo fatto una piccola raccolta, che ha restituito un esito aromaticamente esagerato. Tuttavia si trattava di una cultivar debole, poco serbevole, che si macchiava. Così sono arrivate anche le gialle e ora sono tante”, racconta Marco, che si è laureato ingegnere e poi ha scelto la campagna di famiglia.

“È stato un concetto così impattante sulla storia del territorio, che poi sono arrivate le albicocche, le prugne, le mele, le ciliegie di Garbagna. Tutta una frutticultura che si estende fra le valli Curone, Ossona, Scrivia. La fortuna sta anche nel nome, che identifica la pesca con il nostro pittore Pelizza da Volpedo, testimonial d’eccezione. Ma la pesca in sé custodisce un patrimonio agricolo e culturale fatto di tecniche, manualità, tempistiche di raccolta tramandate. Corrisponde a una concezione di tradizione familiare, perché tutti qui ricordano la raccolta sull’albero con la mamma o con la nonna, e più tardi i primi lavoretti con la cassetta in mano. Oggi le varietà coltivate sono internazionali, ma le condizioni pedoclimatiche, influenzate dal vento piacentino e ligure, e i terreni propiziano esiti peculiari. Qui a Montemarzino, a 420 metri sul livello del mare, su una terra medio argillosa e non sabbiosa, come a Volpedo, la fioritura avviene prima, la raccolta dopo, a causa dell’escursione termica: il frutto ci metta un delta di tempo maggiore per riscaldarsi la mattina, quindi la raccolta scavalla”.

Il bisnonno Orazio, undicesimo di dodici figli, era stato fra i fondatori del consorzio della pesca, ma a quei tempi le aziende agricole coltivavano un po’ tutto: alberi da frutto fra le viti, l’orto e il seminativo. Fu il nipote Orazio a decidere di espiantare la vigna, in controtendenza sulle voghe, per dedicare 16 ettari a solo frutteto secondo un concetto pluricolturale di lotta integrata, che significa pesche, albicocche, prugne, pere, ciliegie e qualche frutto rosso per coprire tutti i periodi e tutti i gusti. Oggi è il momento di Marco, con i genitori, gli zii e la nonna, che è il vero boss dell’azienda.

“Siamo stati noi nel 2014 a decidere di ristrutturare la cascina e creare il laboratorio per la trasformazione. E sono state necessarie parecchie prove per centrare l’obiettivo di far vedere alle nostre pesche le altre stagione: la neve, le foglie cadenti, le margherite. Vengono raccolte e lavorate in giornata; la cottura è una semplice pastorizzazione lenta in uno sciroppo per nulla invasivo di acqua, zucchero e succo di limone, che preserva il grado brix, parte delle proprietà nutrizionali e il gusto naturale. Vengono sciroppate con la buccia, cosicché ogni vaso ha sfumature che virano dal rosso al giallo, all’arancione. Una diversità che racconta il lavoro artigianale. E la texture resta consistente, croccante, soda, con qualche nocciolo per la parte mandorlata”.

Corrisponde del resto a una vecchia tecnica agricola, l’usanza di innestare sul mandorlo gli alberi da frutto. Sa di mandorla anche l’albicocca bianca sciroppata, antica varietà dal gusto sorprendente. In tutto è quasi la metà della frutta fresca a essere destinata alla trasformazione, con 5 o 6 varietà di pesche fra luglio e agosto (più altre 2 o 3 per la confettura e un paio per il succo), che si avvicendano con le altre raccolte.

“Sarebbe sciocco negare che allignino ancora pregiudizi su un prodotto così fortemente industrializzato, di cui molti ricordano solo l’eccessiva dolcezza e la consistenza molle. Fare buone pesche sciroppate invece è facile, ma non semplice: come l’uva, la frutta cambia ogni anno secondo il tempo, il meteo, i nutrienti nel terreno. Nel 2025 a giugno abbiamo avuto pesche molto dolci per il caldo, poi le temperature eccessive hanno fermato la maturazione. Conta la risposta della pianta: di fronte alla siccità, gli albicocchi per proteggersi assorbono i liquidi della frutta. Puoi fare ogni pratica agricola, potatura, diradamento, diserbo meccanico, ma resta l’aleatorietà”.

Il consumo è al naturale, oppure con amaretti sbriciolati, granella di nocciole, cioccolato, yogurt e gelato, anche nella versione farcita del classico dessert piemontese; mentre lo sciroppo può essere impiegato per ghiaccioli e cocktail tipo gin tonic alla menta o al rosmarino. La Montemarzina però non è solo frutta: in aggiunta alle composte di peperone rosso, cipolla e aceto balsamico, zucca e zenzero, è da poco arrivato l’antipasto piemontese classico, con la passata di pomodoro e 7 verdure aggiunte scalarmente secondo il tempo di cottura, sedano, carota, cavolfiore, cipolla borettana, peperone… come nelle case. E ancora la giardiniera di frutta (non verdura) e le pesche verdi in agrodolce.