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Scenari

Buon Primo Maggio a chi fa lo “spezzato” nei locali: oltre 12 ore di lavoro per niente umano

01 Maggio 2026
Lo spezzato è una modalità organizzativa dell'orario di lavoro piuttosto comune che prevede la divisione della giornata lavorativa in due blocchi distinti, separati da una pausa Lo spezzato è una modalità organizzativa dell'orario di lavoro piuttosto comune che prevede la divisione della giornata lavorativa in due blocchi distinti, separati da una pausa

Tra ritmi, stanchezza e rinunce, cosa significa davvero lavorare nei locali

Io l’ho fatto, lo spezzato. L’ho fatto per due anni. Ho fatto lo spezzato, e significa che arrivavo al ristorante alle 10.30, lavoravo fino alle 15.30 (non sempre, a volte c’erano tavoli che se la prendevano comoda e si finiva più tardi), mi mettevo su una sedia e alle 17.30 ricominciavo, sei giorni su sette, fino a mezzanotte, più tardi nel weekend. Mi svegliavo la mattina ancora stanco dalla sera prima, il tempo di vedere nello specchio un viso che mi piaceva sempre di meno e si ricominciava, uguale, ancora, per un altro giorno, per 1.200 euro al mese, di cui 400 fuori busta.

Io l’ho fatto, lo spezzato. Mi ricordo poco di quegli anni, se non che passavo il giorno libero a vedere serie tv che non mi piacevano, senza mai alzarmi dal letto. E la sera, l’unica sera che ero libero, il lunedì, andavo con quei pochi amici che mi erano rimasti a mangiare in uno dei pochi posti aperti e mi accasciavo sul tavolo. Uscivo con una ragazza, all’inizio: ci mise poco a dire che non aveva senso stare con uno che lavorava e basta. Disse che le dispiaceva, o almeno mi piace pensarlo.

Io l’ho fatto, lo spezzato. Non mi ricordo quasi niente di quegli anni. So soltanto che sono anni che non avrò indietro mai più, anni che mi hanno rubato per sempre, e che sarebbe stato bello viverli.

Io l’ho fatto, lo spezzato, ma non posso descrivere a quelli che non ci sono passati nemmeno una volta cosa si prova a tornare verso casa, all’una di notte, in quelle notti estive dai cieli magnifici, senza la forza nemmeno di guardarlo, quel cielo, con in tasca 40 sudici euro, rigorosamente cash, per cui, a fine serata, avevi anche dovuto ringraziare, come se ci fosse una paga equa o qualcosa di morale nel far stare qualcuno in piedi 14-15 ore, sei giorni su sette, e chiamarlo, semplicemente, lavoro.

Lo spezzato è un insulto alla vita, alla morale. Lo spezzato non ha nulla di umano e infatti non è scritto, e non può essere scritto, su nessun contratto. Più che un lavoro ricorda la raccolta del cotone nelle piantagioni della Louisiana schiavista: non è un lavoro, è una vergogna, che nuoce alla vita, alla salute e, prima di tutto, all’anima. Lo spezzato lo vedi nello sguardo e nei gesti di chi lo fa, soprattutto a cena: lo vedi nella luce rassegnata degli sguardi, nel suono flebile della voce di questi umani umiliati che, a volte, ancora riescono a essere gentili, e a volte perfino a sorridere.

Lo spezzato è una specie di miniera senza piccone, una specie di tunnel da cui esci solo il lunedì, da cui il sole non si vede mai, e se si vede non ha nulla di allegro.

Lo spezzato è una vergogna. Lo spezzato dovrebbe indignare, prima di tutto, i clienti, a cui spesso importa più del benessere animale degli animali nel piatto che di quello, animale anche lui, che il piatto lo porta al tavolo.

Lo spezzato è una pratica illegale che viene di fatto tollerata, nel nome dello spirito di sacrificio, della voglia di fare, ma di nobile non ha nulla. Lo spezzato è una pratica estrattiva applicata agli umani, una forma di violenza sistematizzata e tollerata verso i più giovani, in un’età in cui si dovrebbe avere il diritto a qualcosa di più della nuda vita, della sopravvivenza e basta, ma il diritto a un sogno e a un futuro.

Lo spezzato rende gli umani meno umani, più cattivi, sfiniti e umiliati. Eppure, ogni estate, all’alba della stagione bella, si ripetono, ogni volta, gli appelli piccati di ristoratori che non trovano personale, dei locali a corto di camerieri, dei giovani che non vogliono lavorare, che non vogliono soffrire, non hanno voglia di crescere.

Si moltiplicano le voci di “poveri” ristoratori che si lamentano della cronica carenza di personale di sala, di lavoratori.

Chi cerca personale per fare lo spezzato non cerca un lavoratore: cerca un altro essere umano, come lui, a cui rubare la vita, da rendere meno umano, più solo, più triste… più spezzato, insomma.

Buon Primo Maggio, spezzati.