Dopo la bufera giudiziaria che l’ha travolta, la storica Tenuta Rapitalà di Camporeale, può finalmente voltare pagina. Al termine di mesi molto complicati, infatti, la prefettura di Palermo ha ufficialmente certificato il venir meno del pericolo di agevolazione occasionale e l’assenza di ulteriori tentativi di infiltrazione mafiosa, ponendo così fine al semestre di collaborazione preventiva avviata dopo l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia.
Grazie al provvedimento, ora l’azienda rientra di diritto tra quelle cosiddette “white list”, ovvero libera da ogni condizionamento mafioso. L’indagine che aveva coinvolto anche l’azienda vinicola riguardava la mafia del paese e, secondo gli investigatori della Dda di Palermo, sarebbe stata utilizzata come un vero e proprio “bancomat”. L’attività dei carabinieri ha fatto emergere gli interessi economici di Cosa Nostra camporealese anche nel settore della produzione e della vendita di prodotti vinicoli attraverso le diverse cantine della zona.
In seguito alle indagini, però, l’azienda ha avviato autonomamente un nuovo percorso senza la nomina di commissari esterni, affidando la guida al nuovo presidente Nino Caleca e a un organismo di vigilanza. Per l’azienda – che oggi fa parte del Gruppo Italiano Vini e vanta un capitale sociale di 7,2 milioni di euro e un volume d’affari che nel solo 2021 ha superato i cinque milioni di euro – questo rappresenta un momento di rinascita che consente “di guardare al futuro ripartendo dalle sue radici”.
“Possiamo finalmente riprendere il ruolo di motore del territorio”, afferma Caleca, richiamando la visione originaria del conte Hugues Bernard de la Gatinais, fondatore della tenuta insieme alla moglie siciliana Gigi Guarrasi. Al centro del nuovo corso “c’è la legalità – sottolinea -. L’azienda ha adottato e continuerà ad adottare un codice etico rigoroso, la cui violazione comporta il licenziamento, una cluasola accettata da tutti i miei dipendenti”.
Scelte che si inseriscono in “un percorso di governance di alto profilo“, con figure di primo piano come l’ex presidente della Cassazione Giovanni Canzio, il procuratore generale Dino Petralia e la professoressa Alessandra Santangelo. L’azienda ha così ottenuto un provvedimento di prevenzione collaborativa con la Prefettura, senza commissariamenti: “un caso raro che certifica l’assenza di rischi di infiltrazione – prosege il presidente. L’azienda ha eliminato da sola ogni ombra di inquinamento mafioso: rappresenta un esempio per il territorio che lo circonda”.
Adesso, l’obiettivo è rafforzare la presenza sul mercato puntando su tre elementi chiave: “territorio siciliano, eleganza francese e legalità”. Perché, come conclude il presidente “oggi qualità e legalità vanno di pari passo”.