La diffusione della Peste Suina Africana (Psa) in Toscana mette a rischio uno dei patrimoni più rappresentativi dell’agroalimentare italiano: la Cinta Senese, razza suina autoctona allevata da secoli nelle aree rurali della regione e alla base di una filiera tutelata con la Denominazione di Origine Protetta.
A lanciare l’allarme è il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop, dopo i recenti casi di positività riscontrati in allevamenti suini toscani. Il primo focolaio in un allevamento regionale è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi due suini trovati morti in un allevamento di San Marcello Piteglio, nel territorio di Pistoia, sono risultati positivi al virus.
La Psa non è trasmissibile all’uomo, ma rappresenta una grave minaccia per suini domestici e cinghiali. In caso di contagio negli allevamenti può determinare l’applicazione di misure sanitarie molto restrittive, fino all’abbattimento degli animali presenti.
Una razza legata al territorio e più esposta al rischio
La particolarità della Cinta Senese è proprio il suo rapporto con l’ambiente. Gli animali vengono allevati prevalentemente allo stato brado o semibrado, tra boschi, pascoli e aree rurali della Toscana, secondo un modello produttivo che rappresenta un elemento distintivo della qualità della carne e dell’identità della razza.
Questa modalità di allevamento, però, rende più complesso il controllo dei possibili contatti con la fauna selvatica, in particolare con i cinghiali, principali veicoli di diffusione del virus.
Molti allevamenti si trovano infatti in zone collinari e montane caratterizzate da una significativa presenza di fauna selvatica. Anche attraverso il rafforzamento delle misure di biosicurezza aziendale – recinzioni, controllo degli accessi e procedure interne – resta difficile eliminare completamente il rischio esterno.
Finora sono stati attivati contributi per migliorare la protezione degli allevamenti, ma secondo il Consorzio queste azioni non sono sufficienti. Serve un intervento più ampio sul territorio, con maggiori strumenti di prevenzione e misure specifiche dedicate alle aziende che custodiscono una razza di interesse storico, genetico ed economico.
“Siamo davanti a un pericolo concreto, non più a un’ipotesi lontana», dichiara Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop. “La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. Questo legame con l’ambiente è ciò che la rende unica, ma oggi rappresenta anche la sua maggiore vulnerabilità. Un focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere il patrimonio genetico della razza”.
Secondo Savigni, gli allevatori hanno già fatto la propria parte rafforzando le misure interne di sicurezza, ma il rischio legato alla fauna selvatica rimane fuori dal loro controllo: “Gli allevamenti di Cinta Senese devono essere considerati presìdi da difendere, perché custodiscono un patrimonio collettivo”.
Dal 2024 il progetto per salvaguardare il patrimonio genetico
Proprio per prevenire uno scenario di emergenza, il Consorzio ha avviato già nell’agosto 2024 un confronto con le istituzioni regionali e nazionali per creare una riserva genetica della Cinta Senese in un’area isolata, protetta e sottoposta a elevati standard di biosicurezza.
Il progetto prevede la costituzione di un nucleo formato indicativamente da 12-15 femmine e 3 maschi riproduttori, da collocare in un sito a basso rischio epidemiologico, così da garantire la conservazione della razza anche in caso di una grave emergenza sanitaria.
Dal primo sopralluogo effettuato nel 2024 sono state valutate diverse soluzioni insieme ad Anas e agli altri soggetti coinvolti, individuando possibili aree idonee a ospitare il nucleo protetto.
A distanza di quasi due anni, però, secondo il Consorzio manca ancora una decisione definitiva: non è stato individuato ufficialmente il sito, non si è concluso l’iter sanitario e il nucleo di riproduttori non è stato ancora costituito.
A rischio anche il futuro delle aziende
L’emergenza non riguarda soltanto la salvaguardia genetica della razza, ma anche la sopravvivenza economica delle aziende che hanno costruito la propria attività sull’allevamento e sulla valorizzazione della Cinta Senese.
Si tratta spesso di imprese familiari situate nelle aree interne della Toscana, dove l’allevamento svolge anche una funzione ambientale e sociale: contribuisce alla manutenzione dei boschi, alla tutela della biodiversità e al presidio dei territori rurali.
Per Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia, la perdita della Cinta Senese rappresenterebbe un danno per l’intero sistema agroalimentare nazionale.
“La Cinta Senese non è soltanto una razza toscana, ma un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell’intero Paese. La sua filiera rappresenta uno dei simboli più autentici del Made in Italy agroalimentare. Perdere questo patrimonio significherebbe danneggiare non solo gli allevatori e il territorio, ma anche l’immagine delle nostre produzioni Dop e Igp”.
La richiesta del Consorzio: servono decisioni immediate
Il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop chiede alla Regione Toscana, al ministero della Salute, al ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e al Commissario straordinario per la Peste Suina Africana un intervento rapido e coordinato.
“Non chiediamo nuove dichiarazioni di intenti, ma atti concreti – conclude Savigni -. Il tempo delle valutazioni e dei rinvii è terminato. Oggi possiamo ancora salvare la Cinta Senese. Domani potrebbe essere troppo tardi”.