Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Scenari

No al January Dry e allo sfoggio salutista sui social

17 Gennaio 2026
Una viziosa serata Jazz e Champagne... Una viziosa serata Jazz e Champagne...

L'unica dipendenza davvero nociva, di cui nessuno parla, è quella dai social, dagli schermi e dall'ossessione delle immagini. Io a un brindisi con la kombucha ne preferirò sempre uno con lo Champagne

La temperanza perfomativa, la virtù instagram friendly mi ha sempre dato fastidio, ora mi annoia, soltanto. Sono contro le tendenze perché sono sempre effimere, e di solito riguardano le persone con molto (troppo) tempo libero, sono contro le crociate, perché procedono per dogmi verità supposte e slogan, gli slogan, tutti gli slogan sono, di natura fascisti.

Il Dry January si inserisce a pieno titolo in queste tendenze, di manicheismo salutista che tendono a dare patenti di purezza, o di dannazione ad alcune pratiche, tendendo a criminalizzare, o a glorificare a corrente alternata atteggiamenti, pratiche di consumo, stili di vita e quindi, di conseguenza gruppi sociali e persone.

Io di base, non sono mai contro a niente, sono sempre a favore dell’emozione e non ho mai trovato emozione nell’astinenza, da sempre compagna di noia, girigiore e serietà.

La temperanza, l’astinenza dall’alcol come stile di vita virtuoso e consapevole non è certo cosa nuova (cosa lo è dopo la svolta elettrica di Miles Davis? 30 marzo 1970), nasce come movimento in uno dei posti più grigi, lo Yorkshire di una delle nazioni più grigie del mondo, l’Inghilterra, a metà del 1800.

Enfatizzare i privilegi per la salute, per l’anima (concetto che sembra avere ritrovato smalto), di una prolungata astinenza dagli alcolici, con infografiche accattivanti, con sempre un link a qualche beverone salutista con ingredienti difficili da pronunciare, non serve ad altro che ad enfatizzare quanto lo stile di vita degli altri sia sbagliato, sporco e immorale. Questa estetica del clean delle luci giuste della salute, ostentata, nasconde infatti una grande ipocrisia di fondo: essere clean & healty non è quasi mai una scelta, ma la conseguenza di uno status sociale ed economico.

Quelli che a favore di camera iPhone Pro definiscono l’alcol come veleno bevendo costosi succhi fermentati di barbabietola bio e sfoggiando sorrisi bianchissimi, promuovono innanzitutto se stessi, il loro status socio economico, il loro costoso stile di vita che è clean innanzitutto perché fa lavori in cui non ci sporca le mani, e non un mondo più sano per tutti.

Il mondo del Dry January fatto di grottesche sessioni di hyrox e socialità a basso tasso di desiderio e di ironia, brindando con bottiglia di kombucha mi fa venire voglia di bere senza moderazione, e forse disintossicarmi, quello sì, dall’unica dipendenza davvero nociva, di cui nessuno parla, quella dai social, dagli schermi e dalla perfomatività a favore di camera.

Non sarà molto clean ma io a un brindisi con la kombucha ne preferirò sempre uno con lo Champagne, anche a base Meunier, e appoggiato al bancone di un jazz club, quando parte un assolo di sax preferirò sempre avere a portata di mano uno mezcal, e non un drink a base di barbabietola che non sarà mai in grado di ispirare grandi romanzi o canzoni.

In un mondo che brucia, in senso anche letterale, in cui siamo sempre più divisi, distanti e soli, la socialità dei brindisi, più o meno frizzanti e della musica dal vivo, poco immaginabile in totale sobrietà, sembrano essere una delle poche occasioni di viversi da essere umani, e non corpi ottimizzati para algoritmici del fitness competitivo e della nutrizione dell’integralismo proteico.

Forse ce ne accorgeremo, che l’unica cosa davvero dry in questi tempi è la nostra capacità di desiderare e che forse l’unico modo per vivere il corpo in maniera sana è di goderne a pieno e di farlo diventare un luogo di piacere e non rinuncia.

Ripartiamo dal desiderio del corpo, dal piacere, meglio tardi che dry.