Mario Terrasi è stato rieletto all’unanimità presidente del Consorzio Olio Igp Sicilia. L’assemblea dei soci, riunita il 20 febbraio a Palermo, ha confermato la sua guida per un secondo triennio, rinnovando il Consiglio di Amministrazione con due new entry femminili e una governance che bilancia molitori e confezionatori. Un mandato che arriva in un momento di crescita consolidata per l’IGP Sicilia, ma anche di sfide crescenti per il comparto olivicolo.
Terrasi non usa mezzi termini quando individua la principale minaccia per l’olio siciliano: “La prima minaccia siamo noi siciliani stessi. Dobbiamo credere di più nel brand Sicilia e impegnarci di più ad alzare l’asticella sulla qualità. Se mettiamo assieme la parola Sicilia a un prodotto di grandissima qualità non ce n’è per nessuno. Ma il solo nome Sicilia messo accanto a un prodotto che non cresce ci potrebbe creare qualche difficoltà”.
Quando Terrasi si è insediato, nel 2023, il Consorzio aveva già un lungo percorso alle spalle, che era stato portato avanti già dal comitato promotore. “Nella norma i consorzi nascono subito dopo il riconoscimento dell’Igp e il cammino avviene piano piano. Noi invece abbiamo preso in mano qualcosa che era già da 6-7 anni al lavoro, con 1.700.000 litri certificati e circa 3 milioni di bottiglie vendute. È stato come salire su una macchina che andava a 100 all’ora.”
Tre anni dopo, quei numeri sono cambiati in modo significativo. I litri certificati hanno superato i 2 milioni, i soci del Consorzio sono passati da circa 500 a oltre 1.100, mentre gli iscritti all’ente certificatore Irvo hanno superato quota 3.000. Un peso che ha consentito al Consorzio di ottenere il riconoscimento dell’erga omnes, strumento giuridico che conferisce pieni poteri legislativi sull’intera Igp.
Superando i due terzi della rappresentanza – spiega Terrasi -, il ministero ci dà il potere di legiferare sull’Igp per intero, soci o non soci, e di dettare regole sia verso l’ente certificatore che verso tutti i produttori iscritti. Questo ci dà anche un riconoscimento importante per i finanziamenti e i fondi europei.”
Tra i risultati più significativi del primo mandato c’è stato anche il momentaneo sorpasso sulla Toscana in termini di volumi certificati, avvenuto nel 2024-25. “Dai 1.700.000 litri della stagione 2023-24 abbiamo toccato i 2 milioni e la Toscana era lì vicino, l’abbiamo superata di pochissimo – racconta Terrasi. Poi si è tornata ancora prima, ma noi siamo lì vicino”. Ma il dato più eloquente riguarda il prezzo. “Nel 2017, quando nacque il primo prodotto Igp Sicilia certificato, fra il nostro Igp e quello toscano c’era un delta di prezzo del 30-40%. Oggi siamo più o meno al 5%. Questo significa che il consumatore riconosce nell’IGP Sicilia un livello di qualità paragonabile a quello toscano.”
Per i prossimi tre anni Terrasi indica una rotta precisa. “Vogliamo aumentare le quote di mercato e arrivare ai 3 milioni di litri certificati, che sarebbe un grande traguardo. Ma soprattutto salvaguardare l’olivicoltura siciliana rispetto a tutto ciò che sta nascendo: ovvero i superintensivi e le varietà straniere sul territorio”. Il contesto è sempre più complesso: l’olio italiano generico soffre, schiacciato dalla concorrenza del prodotto comunitario e spagnolo. “A scaffale non si trova più la bottiglia di olio italiano, ma più spesso il comunitario. Molti brand italiani così producono oli che costano meno di cinque euro. Il mercato delle Igp e delle Dop non si confronta mai col comunitario, ha una sua fascia derivante dalla territorialità. Se il futuro dell’italiano è incerto, con la territorialità noi cerchiamo di tenere sempre l’asticella alta”.
Sul tema delle cultivar internazionali è netto: “Gli imprenditori vanno lasciati liberi. Però dobbiamo salvaguardare la nostra cultura, la nostra tradizione, il nostro olio. Può essere anche di qualità, ma non è l’olio siciliano.”
Oltre il 60% dell’IGP Sicilia va all’estero, sui mercati di Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone. “Nonostante i dazi, gli Stati Uniti continuano a essere una meta importante. Ogni anno i consumatori americani capiscono che l’olio va usato, e soprattutto l’olio di qualità. Anche se i nostri prodotti arrivano a scaffale a 26-28 euro per il mezzo litro, i consumi hanno tenuto.”
A tutela del marchio il Consorzio ha introdotto il collarino con QR code, che nelle prime due campagne ha registrato una percentuale di scansione del 30-35%. “Ora abbiamo un nuovo collarino ancora più semplice da consultare perché punta direttamente sul passaporto elettronico della bottiglia. L’obiettivo è di arrivare almeno a due scansioni su tre acquisti.”
Sul fronte dei controlli, il Consorzio li ha raddoppiati ogni anno fino ad arrivare a quattro volte il minimo richiesto dal Ministero, con verifiche su siti online, grande distribuzione e ristorazione. “Ci siamo imbattuti in diversi casi, soprattutto relativi all’utilizzo della parola Sicilia; abbiamo fatto le segnalazioni alla ICQRF (Ispettorato centrale repressione frodi). I trasgressori si sono subito adeguati.”
Il nuovo Consiglio di Amministrazione, composto da 13 membri, registra due importanti novità femminili: Carmen Bonfante, dell’azienda Evo Embrace, e Maria Grazia Di Francesco, di Casa Grazia. Tra le novità di governance spicca la vicepresidenza assegnata a Salvatore Cutrera, che da solo commercializza quasi il 40% dell’IGP Sicilia.
Sul fronte fieristico, Terrasi non nasconde le criticità del sistema italiano, frammentato tra tre eventi dedicati all’olio – Evolio in Puglia, Sol a Verona, Olio Capitale a Trieste – che si cannibalizzano invece di fare sistema. “Un distributore o un importatore non verrebbe mai tre volte in Italia in un mese e mezzo. L’idea sarebbe che le tre fiere si mettessero d’accordo e si facesse un “Vinitaly dell’olio” una volta l’anno, concentrando tutte le risorse su un unico evento. Così non funziona.”
Chiude con un monito tecnico rivolto ai frantoi. “C’è tanta qualità che perdiamo dalla molitura in poi, dallo stoccaggio, dal non tenere l’olio sotto battente di azoto o a temperatura controllata. Delle volte puoi avere le migliori olive immaginabili e già a marzo è un prodotto difettoso.”
Una consapevolezza che il Consorzio sta diffondendo attraverso corsi di formazione tecnica, con il coinvolgimento di aziende come Pieralisi e Alfa Laval. Perché il futuro dell’olio siciliano, per Terrasi, si gioca prima di tutto dentro i confini della Sicilia. “Dobbiamo far capire ai produttori e ai frantoiani che la strada è ancora lunga. Non dobbiamo essere convinti che il nostro olio sia il migliore di tutti. C’è sempre da migliorare”.