Il Castello di Solicchiata è un’identità che nasce deliberatamente fuori asse rispetto all’Etna che conosciamo oggi. Fondato nel 1852 dal barone Felice Spitaleri di Muglia dopo lunghi soggiorni in Francia, fu pensato fin dall’origine secondo un modello preciso: quello dello Château. Un sistema agricolo e produttivo unitario, in cui architettura, vigneti e vino concorrono a un’unica visione. La cantina fortificata in pietra lavica, con fossato e ponte levatoio, non risponde a esigenze difensive o folkloristiche, ma a una concezione del vino come bene da custodire, affinare e rappresentare.
Già nella seconda metà dell’Ottocento i vini di Solicchiata varcarono i confini siciliani, ottenendo riconoscimenti nelle esposizioni internazionali di Londra, Vienna, Bruxelles e Berlino, fino a entrare nelle forniture della Real Casa d’Italia. A sostenere questa parabola furono scelte allora radicali per il contesto etneo: l’adozione dei vitigni bordolesi, l’impianto dei vigneti su ampie terrazze laviche tra i 700 e i 1.000 metri di altitudine, la gestione di un vasto Domaine che ancora oggi si estende per diverse centinaia di ettari, con circa 60 dedicati alla viticoltura. Un impianto concettuale e agricolo più affine alla tradizione francese che alla frammentazione storica del vigneto etneo. Un caso di tradizione familiare rigenerativa che copre un arco temporale ampio oltre un secolo e mezzo, senza mai allinearsi ai canoni locali e mantenendo una propria idea di vino.
In questa visione rientra anche l’uvaggio, insolito per l’Etna ma perfettamente coerente con il progetto originario. La scelta dei vitigni Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc, infatti, non vanno interpretati come esercizio di stile o imitazione per rincorrere il successo transalpino. Sono piuttosto il frutto di una lunga fase – probabilmente generazionale – di sperimentazione agronomica e comparativa. Il barone Spitaleri concepiva il vigneto come un laboratorio a cielo aperto, fondato sul principio (allora rivoluzionario) del vitigno giusto al posto giusto: esposizioni, suoli e altitudini differenti vinificati separatamente e ricomposti in assemblaggio. Basterebbe considerare che i vigneti storici di Solicchiata si articolano in oltre trecento terrazzamenti distinti, sostenuti da chilometri di muri a secco, che riuniscono più di quaranta tipologie di pietra lavica provenienti da colate diverse. Non un cru, dunque, ma un vino mosaico, una sintesi pensata per restituire una lettura complessiva del versante versus la mera identità di una parcella singola. In questa chiave, il vituperato “taglio bordolese” non è una forzatura esogena. Come nella sua terra di nascita è, piuttosto, veicolo di equilibrio, precisione e durata, capace di tradurre la complessità vulcanica in forma stabile e riconoscibile. E cosa dovrebbe essere il vino altrimenti?
Da questi ragionamenti, da questa architettura tanto agricola quanto mentale, distanti dalla semplice dinamica dell’annata, il Castello di Solicchiata 2014 va letto come espressione di un progetto storico. Non come vino di vendemmia. Di seguito le note di degustazione.

Note di degustazione
Rubino denso, intenso, pastoso preludio già al colore. Pepe, cuoio, sella, perfettamente equilibrato tra gli uvaggi: nessuno domina, tutti percepibili. Il Cabernet Franc si esprime con misura, sostenendo la trama e quasi rinunciando al ruolo di assoluto protagonista. Dopo qualche minuto emergono terziari maturi che virano la ciliegia verso toni affumicati, accompagnati da una balsamicità sottile in cui affiora il rosmarino. Un’abbondanza composta, che chiama un maialino speziato arrosto, con una coulis di lamponi a ravvivarne l’acidità e una sola fetta di pane, appena croccante, imburrata. Sontuoso e dritto, schietto, al palato è ancora vispo, serrato nei tannini, con visciole e more ben scandite. L’immagine evocata è quella di un bosco eletto, da cui si intravede una distesa agreste fitta di fieno tagliato e albicocchi; un cacciatore spara alle quaglie e non le prende. Resta l’odore delle canne fumanti e il compiacimento di un uomo raccolto dietro una vetrata a piombo, che osserva la scena. Rotondità fiera, grande margine d’invecchiamento, regale.
Note tecniche
Questo vino nasce nella contrada Castello di Solicchiata, nel territorio di Adrano, sul versante occidentale dell’Etna, ed è classificato come Igt Sicilia. I vigneti si trovano attorno a 800 metri di altitudine, su suoli vulcanici formatisi da antiche colate laviche. Le parcelle, tutte terrazzate, sono allevate ad alberello e lavorate con rese volutamente bassissime, inferiori ai 200 grammi di uva per pianta: una scelta senza compromessi che punta a concentrazione, equilibrio, profondità. La vendemmia è manuale, coerente con un’impostazione agricola rigorosa; la meccanizzazione è evitata sistematicamente. La vinificazione avviene in tini troncoconici di rovere, seguita da due anni di maturazione in botti di rovere francese delle foreste di Allier e Tronçais. Il vino prosegue poi il suo percorso con una lunga sosta in bottiglia, che si estende per almeno quattro o cinque anni prima di essere ritenuto pronto alla commercializzazione. L’uvaggio guarda consapevolmente alla tradizione storica dei grandi vini bordolesi, con un ruolo centrale affidato al Cabernet Franc (80%), che costituisce l’ossatura del vino, affiancato da Cabernet Sauvignon e Merlot in parti uguali. Si tratta di varietà presenti nella tenuta da oltre centocinquant’anni, introdotte e selezionate per entrare in sintonia con il suolo vulcanico. Il grado alcolico, 14,5% vol., è pienamente integrato in una struttura pensata per l’evoluzione.
Castello di Solicchiata
Impresa Agricola Spitaleri di Muglia Arnaldo
C.da Castello di Solicchiata s.n.
95031 Adrano (CT)
