L’ultimo a chiederselo è stato Eric Asimov, che scrive di vino sul New York Times, probabilmente il giornale più importante al mondo, dopo l’inaugurazione dell’ennesimo ristorante di Manhattan in cui nessuna bottiglia era listata a meno di 100 dollari: cosa è diventato il vino nei ristoranti? I ricarichi sul vino sono un modo per escludere la clientela non facoltosa? Oppure una voce di bilancio come tutte le altre?
Se il vino è sempre più status e commodity e sempre meno alimento, con buona pace di Mario Soldati e dei bevitori (più o meno) impegnati, ne parla anche Santi Rivas in un bellissimo libro, la sua gentrificazione, ovvero “premiumizzazione”, è l’unico destino possibile?
I magnifici anni zero del vino naturale, delle volatili sparate, delle etichette naïf e dell’ideologia, hanno avuto come esito una svolta reazionaria anche qui come in altri ambiti: per molti winemaker un tempo era essenziale che i loro vini, anche i migliori, fossero accessibili e bevibili dagli esseri umani normali, con vite normali, lavori normali, sogni normali, anche. Se il vino è stato, o è, status, se il vino è content e non è più poesia, o almeno lo è solo se ci sono le luci giuste e la caption emozionale, cosa resta nel bicchiere?
Se il vino viene vissuto sempre di più slegato dalla sua parte agricola, dallo (stanco) storytelling di vigne sullo sfondo e tasting open air in bicchieri opachi, per diventare show-off da feed Instagram, alle (nuove) plebi resta solo il vino a basso costo delle private label del discount?
Certo, parlare di diritto al vino non è come parlare di diritto alla casa (anche quello non se la passa benissimo), ma assistiamo, con la complicità della critica, a ricarichi delle wine list che superano la soglia della decenza, se non dell’onestà.
Da un lato la moda che bussa e guarda al vino (e al food in generale) come nuova occasione di marketing, con Jacquemus che disegna l’edizione limitata della Grande Dame,
e Prada che entra, con eleganza, nel mercato dei calici premium; dall’altra i vini alla mescita sempre meno interessanti e sempre più malinconicamente cheap, ma non nel prezzo.
Polarizzato come tutto il resto, si dirà. Ma il vino è come tutto il resto, o è appunto per questa sua differenza ontologica e primigenia da tutto il resto che è stato, e potrebbe ancora essere, un soggetto a sé stante e conservare una sua diversità irriducibile?
Se il vino si accoda alle tante categorie merceologiche afferenti al superfluo, gli umani futuri, e anche presenti, cominceranno a farne a meno. La parte intellettuale del pranzo, come la definiva Alexandre Dumas, sarà semplicemente un rito secolarizzato, una cosa di cui, a forza di farne a meno, si smetterà di sentirne la mancanza.
Non si riuscirà ad attrarre un nuovo e giovane pubblico al vino senza che ci siano qualità e possibilità di scoperta a prezzi accessibili nelle wine list.
Senza ripensare i ricarichi del vino e il suo servizio, non solo i ristoranti diventeranno luoghi tristi, in cui il cibo si serve in modo sempre più anonimo senza l’accompagnamento di quel prodotto agricolo, (leggermente) intossicante, che rende da millenni la vita, se non bellissima, di certo più leggera, e i baci più belli.