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Scenari

Prezzi alti, raccolti bassi: il paradosso produttivo dell’olio nel rapporto Mediobanca

20 Febbraio 2026
L'olio italiano in un report dell'Area Studi di Mediobanca L'olio italiano in un report dell'Area Studi di Mediobanca

Il report fotografa un settore diviso tra export e carenza strutturale di materia prima

L’olio d’oliva italiano si muove oggi dentro una contraddizione evidente: mentre il mondo torna a produrre ai massimi storici, l’Italia arretra. È questo il quadro che emerge incrociando l’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore con l’ultimo report dell’Area Studi di Mediobanca, “L’olio d’oliva italiano: tra volatilità dei prezzi, eccellenze locali e mercati stranieri” . Un documento che restituisce numeri severi, ma non privi di spiragli.

Nel 2024-25 la produzione mondiale ha raggiunto 3,6 milioni di tonnellate, con un rimbalzo del 38% dopo due annate difficili. Crescono tutti i grandi player: la Spagna consolida la leadership con il 36,1% del totale, la Turchia supera il 12%, Tunisia e Grecia rafforzano le rispettive quote. L’Italia è l’unica grande eccezione: -31,8%. Il suo peso sulla produzione globale si dimezza in un solo anno, passando dal 12,7% al 6,3%.

Non è un incidente isolato. La superficie agricola destinata agli olivi si è ridotta del 7,1% nell’ultimo decennio, mentre le condizioni climatiche hanno aggravato un equilibrio già fragile . La filiera agricola, in molte aree, paga la frammentazione, l’età avanzata degli impianti, la difficoltà di rinnovare.

Eppure il settore industriale mostra una vitalità meno appariscente ma concreta. Nel decennio 2015-2024 le vendite dei maggiori produttori sono cresciute in media del 7% annuo, più dell’alimentare nel suo complesso. L’export è il vero motore: +9% medio annuo, con una quota che oggi supera il 35% del fatturato . L’Italia è seconda al mondo per esportazioni in valore, con 2,8 miliardi di euro nel 2024, e contemporaneamente seconda per importazioni. È un paradosso solo apparente: il Paese importa materia prima – soprattutto da Spagna, Grecia e Tunisia – e la riesporta trasformata, confezionata, valorizzata.

Il deficit commerciale resta strutturale, anche se nel 2024 si è ridotto a 19 milioni di euro dopo gli squilibri più marcati del biennio precedente. La produzione interna prevista per il 2025-26, circa 300 mila tonnellate, non copre i consumi nazionali, stimati in 470 mila tonnellate. Il ricorso alle importazioni è quindi necessario, e supera le esportazioni in volume.

Sul fronte dei prezzi, la scarsità dell’offerta italiana ha un effetto immediato: a dicembre 2025 l’extravergine italiano quotava 7,58 euro al chilo, ben al di sopra dei principali concorrenti mediterranei. Un differenziale che tutela il valore percepito, ma che evidenzia anche una vulnerabilità strutturale.

All’interno del Paese, le aree produttive restano delimitate. La Puglia guida con oltre il 45% della produzione nazionale, seguita da Sicilia e Calabria. È un dato che riguarda da vicino il Mezzogiorno e, in particolare, la Sicilia, seconda regione per numero di denominazioni Dop e Igp nel comparto e tra le prime per valore generato. Tuttavia il segmento certificato incide ancora solo per il 2% del valore complessivo della produzione. La qualità riconosciuta esiste, ma fatica a tradursi in massa critica.

Anche la distribuzione è una spia del cambiamento. Circa il 70% dei consumi passa dalla Gdo. Negli ultimi dodici mesi analizzati le vendite a valore sono scese, mentre i volumi sono cresciuti, trainati dal calo dei prezzi . L’extravergine rappresenta il 90% della categoria, segno di una maturità del consumatore che privilegia la qualità percepita, ma reagisce con prontezza alle oscillazioni di prezzo.

Sul piano finanziario, la redditività resta contenuta: un ebit margin medio del 2,6% nel periodo 2015-2024, inferiore a quello di altri comparti alimentari. Migliore il ritorno sul capitale investito e significativa la dinamica degli investimenti materiali, cresciuti più che nel resto dell’industria alimentare. Si investe, ma in rapporto al fatturato la quota resta modesta.