A Bologna, nell’ambito di Sana Food – Rivoluzione Bio 2026, il settore del biologico italiano si presenta con numeri che indicano una fase di espansione, ma anche con alcune tensioni strutturali che richiedono risposte politiche e amministrative puntuali.
Secondo i dati dell’Osservatorio Sana elaborati da Nomisma, nel 2025 le vendite di prodotti biologici in Italia hanno raggiunto i 6,9 miliardi di euro. I consumi interni si attestano a 5,5 miliardi, con una crescita del 6,2%, superiore a quella registrata dall’intero comparto alimentare. L’export sfiora i 3,9 miliardi, a conferma della tenuta del biologico Made in Italy sui mercati esteri. Cresce anche il canale del fuori casa, che raggiunge 1,35 miliardi di euro e rappresenta il 20% del mercato bio complessivo.
Sul fronte produttivo, l’Italia conta 2,5 milioni di ettari coltivati a biologico e una superficie agricola utilizzata bio che supera il 20%, circa il doppio della media europea. Un primato che si traduce in 84 mila aziende attive, più del doppio della Germania e un terzo in più della Francia. Quasi un campo su cinque è coltivato con metodo biologico e in alcune regioni si supera il 25%, con il raggiungimento anticipato degli obiettivi europei fissati dalla strategia Farm to Fork.
Se il quadro generale restituisce un comparto in salute, proprio dentro questa crescita si apre una questione di equilibrio. FederBio evidenzia come, per la prima volta, i consumi stiano aumentando a un ritmo superiore rispetto alla produzione nazionale. Un dato che impone attenzione, per evitare che l’espansione del mercato si traduca in un aumento delle importazioni invece che in un rafforzamento della filiera interna.
Nel 2024, le importazioni di prodotti biologici dall’estero sono cresciute del 7,1% rispetto all’anno precedente. Un segnale che rafforza la necessità di politiche mirate a sostegno delle imprese agricole italiane, in particolare delle piccole e medie aziende, che costituiscono l’ossatura del settore.
Il nodo centrale emerso nel confronto bolognese è quello della semplificazione normativa. Coldiretti Bio denuncia un aggravio burocratico che può arrivare fino al 30% in più rispetto all’agricoltura convenzionale. Secondo un’indagine del Crea, l’eccesso di adempimenti è tra le principali cause di abbandono del biologico, fino a otto casi su dieci. Un peso che incide soprattutto sulle aziende di dimensioni ridotte, prive di strutture amministrative dedicate.
La richiesta condivisa è quella di una revisione del quadro normativo, affinché gli obiettivi europei di snellimento non restino enunciati ma trovino attuazione concreta. Per FederBio, tra le priorità vi sono la semplificazione amministrativa, investimenti in ricerca, innovazione e formazione, il rafforzamento dei distretti biologici e strumenti fiscali come il credito d’imposta per i costi di certificazione.
In questa direzione si colloca anche l’introduzione del Marchio del biologico italiano, certificazione volontaria approvata in Conferenza Stato-Regioni, pensata per valorizzare la biodiversità territoriale e rafforzare la riconoscibilità del prodotto nazionale.