Una vita tra concorsi e degustazioni, vini da assaggiare, da raccontare, da consigliare, da imparare e da insegnare. Trent’anni, anche più, tutti declinati attorno alla “bevanda più buona mai inventata dall’uomo”. Gianni Giardina è tutto questo. Un enologo. Un divulgatore. Un assaggiatore seriale. Instancabile. Volitivo. Appassionato. Conosco Gianni da quasi 30 anni. Compagno di bevute e di insegnamenti. E in tutti questi anni ha raccolto una serie davvero lunga di premi, riconoscimenti, attestati, diplomi.
Una conferma del suo lavoro certosino e articolato. L’ultimo della serie è il prestigioso premio internazionale “Premium International Florence Seven Stars”, edizione 2025, “Premio Dodici Stelle dell’internazionalità Primato Mondiale dell’Enologia”, consegnato dal professore Carlo Franza presidente di una giuria internazionale composta da insigni studiosi, lo scorso giugno presso la Gran Terrazza Belvedere del Palazzo Plus Florence a Firenze. Ma tutto è cominciato facendo l’enologo, vincendo un concorso pubblico all’Irvo (l’Istituto regionale Vini e Oli di Sicilia) ma soprattutto diventando uno degli assaggiatori dell’Onav fino a diventarne qualche anno fa il vice presidente nazionale.
E in questi giorni di Vinitaly lo vedete a condurre degustazioni coinvolgenti dedicate ai vini siciliani come ormai accade da alcuni anni.
Gianni, quale è il tuo primo ricordo legato al vino?
“Avevo meno di dieci anni. Io con mio nonno e questi pranzi frugali semplici ma buonissimi. Pane fritto e uovo. Lui beveva sempre vino rosso di cui ricordo l’odore acre. Mi ritorna in mente questa scena e risento quei profumi”.
Perché hai deciso di fare l’enologo?
“Non c’è una spiegazione ben precisa. Da ragazzino trascorrevo molti estati tra i filari di uva Italia. Sono di Canicattì e le campagne attorno sono circondate da tantissimi vigneti di uva da tavola. Un giorno aiutavo a vendemmiare, un mio amico mi spiega che esisteva l’enologo. Mi ha acceso la curiosità. Mi sono subito informato. La. scuola di Marsala aveva chiuso le porte, per fortuna ho trovato le porte aperte a Catania e mi sono subito iscritto. Da lì è partito tutto”.
Come si diventa assaggiatori di vino?
“Ci si diventa frequentando corsi specifici. Un primo approccio, poi gli esami ai vari livelli. Hai un po’ di basi e inizi la scalata. E poi degustare, degustare degustare, dai vini della tua regione ai vini del mondo”.
Facciamo un calcolo. Quanti vini hai degustato fino ad oggi?
“Come assaggiatore degusto da 33 anni. In media venti vini al giorno, festivi compresi, perché ci sono giorni che non assaggio ma anche giorni in cui ne assaggio 60 o 80”.
E quindi in 33 anni? Circa seimila all’anno?
“Più o meno sì”. “Fanno duecentomila circa. Sono tanti, lo so. E mi sento all’inizio. Ma sai com’è? Più si assaggia e più si memorizza. Più si memorizza e più si diventa esperti. Ma ci vogliono sempre umiltà e curiosità”.
Cosa vuol dire essere giurato di un concorso enologico?
“Responsabilità e consapevolezza. Significa valutare i vini con professionalità. Avere chiare le caratteristiche organolettiche dell’Oiv. E poi l’importanza di affinare le tue capacità degustando alla cieca senza a volte sapere neanche la zona di provenienza del vino”.
Ma è vero che oggi per fare vino cattivo servono più sforzi nel farlo buono?
“Sì, grazie alla tecnologia e alle conoscenze. Ma è necessario sempre che la materia prima sia ottima altrimenti fare un vino non buono è molto più semplice. Insomma ci vuole molta negligenza per sbagliare. E poi gli enologi devono essere esperti di fisica, di chimica e di tanto altro. Voglio ricordare che il processo fermentativo è un processo tecnico naturale e l’uomo deve intervenire per evitare che il mosto diventi aceto”.
Quale è il premio di cui vai più fiero?
“I riconoscimenti sono tutti importanti perché vuol dire che qualcuno si è accorto di te e dei sacrifici che hai fatto. Quello a cui tengo di più è l’ambasciatore della viticoltura eroica. Tra i primi in Europa a diventarlo e mi ha reso orgoglioso pensare di essere stato un divulgatore di quei vini ottenuti da vignaioli eroici che coltivano l’uva in piccole isole con terrazzamenti incredibili, magari ad alta quota. Qualche settimana fa a Tenerife in una manifestazione dedicata ai vini estremi ho partecipato a un simposio sulla viticoltura eroica e mi invitano spesso in questi contesti “.
Cosa pensi del fatto che i giovani bevono poco vino?
“Le cause sono molteplici. Non conoscono bene il vino. Non c’è conoscenza. E c’è anche tanta offerta. Poi stiamo assistendo anche alla demonizzazione dell’alcol. Il costo poi fa da deterrente. Inoltre c’è anche il cambiamento dei gusti mentre manca una comunicazione adeguata. Faccio un esempio. Il vino novello non lo beve più nessuno. Ed è emblematico. Ormai nessuno ne parla più. I francesi invece continuano a farlo e ne bevono tanto”.
Non è che il vino sia diventato troppo costoso?
“Certo c’è anche questo. Ricariche eccessive? C’è un problema. In qualche ristorante si esagera. E invece si deve dare sempre la possibilità di bere. Spesso il costo del vino supera di gran lunga il prezzo del pasto”.
Come si fa a capire che un vino è buono?
“Nella mia esperienza devo mettere in campo innanzitutto i parametri organolettici. Vista, colore, olfatto e gusto. Alla fine se è piacevole va bene. Per me contano armonia, equilibrio, complessità e persistenza. Quando hai tutto questo puoi esclamare wow!”.
Consiglieresti a un giovane di produrre vino? Oppure di lavorare come enologo?
“Sì, senza ombra di dubbio. Malgrado tutto. C’è troppa concorrenza e anche un po’ di paura e di crisi. Ma ci sono zone in crescita e c’è spazio dove si fa viticoltura eroica. Posti particolari, originali, lì c’è spazio per intraprendere l’attività anche se poi devi trovare la manodopera che oggi è uno dei grandi problemi irrisolti. Se non hai chi ti aiuta a coltivare il vigneto non puoi andare avanti. Credo che oggi sia il primo dei problemi”.
I vini più buoni che hai mai bevuto?
“Ne avrei tantissimi ma te ne dico tre, quelli più recenti. Bordeaux, innanzitutto. Uno Chateau Margaux, annata 2000. Spetta-co-la-re. E poi una Malvasia aromatica di un gruppo di vignaioli di Tenerife (Sat Viticultores Comarca de Güímar) e il Gewürztramimer Kastelaz di Elena Walch, produttrice altoatesina”.