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Vino e dintorni

Sull’Etna il vino cambia tra eredità e nuove visioni: il racconto dei produttori

27 Aprile 2026
Da sinistra Rosario Raciti, Carmelo e Francesco Peluso, Vincenzo Trigona, Francesco Giannetto Da sinistra Rosario Raciti, Carmelo e Francesco Peluso, Vincenzo Trigona, Francesco Giannetto

Da Colledolce all’Etna Detox, da Trigona a Raciti quattro modi diversi di interpretare il vino sul Vulcano

Sull’Etna il vino oggi non è solo una questione agricola. È una linea sottile tra chi lo eredita e chi lo sceglie. Da una parte ci sono storie che arrivano alla vigna dopo, come una seconda vita. Dall’altra, famiglie che nel vino ci sono sempre state e che oggi si confrontano con un mondo profondamente cambiato. Due traiettorie diverse che convivono nello stesso territorio, senza mai coincidere davvero.

“A un certo punto ti fermi e ti chiedi se quello che stai facendo ti basta davvero”, racconta Francesco Peluso di Colledolce. La sua azienda nasce nel 2021 a Solicchiata, da un’idea condivisa con il fratello ed il padre. Un progetto che unisce vino e accoglienza, con una struttura pensata per ospitare turisti e costruire esperienze attorno alla vigna.

Peluso continua a fare l’avvocato, ma il vigneto è altro: “Ti dà un senso di libertà. È come crescere un figlio”. Una scelta che non nasce da un piano preciso, ma da una consapevolezza: “Abbiamo questa passione, abbiamo la terra. Non provarci sarebbe stato un errore”.

Il vino, qui, è anche racconto. Le etichette, la comunicazione, tutto punta a restituire un’immagine più fresca e accessibile. “Non è un mondo per pochi”, dice. Ma è anche un mondo fragile. Il 2023, segnato dalla peronospora, lo ha dimostrato: stessa vinificazione, risultati completamente diversi.

Poco più in là, sempre a Solicchiata, il vino cambia ancora funzione.

Etna Detox nasce nello stesso anno, ma con un’impostazione diversa. “L’idea era semplice: far rallentare le persone”, raccontano Filippo Giannetto e i suoi figli. Qui il vino convive con un’esperienza più ampia, fatta di ospitalità, natura e tempo.

Degustazioni, escursioni, yoga. Un invito a mettere da parte, anche solo per qualche ora, la velocità quotidiana fatta di notifiche e urgenze continue. “Proviamo a togliere, non ad aggiungere”.

Alle spalle, anche qui, una svolta: due proprietà ereditate, due percorsi professionali lontani dalla terra, e una scelta comune. Ripartire da lì.

Il vino diventa uno strumento, non un fine. Un modo per ritrovare tempo, relazioni, presenza.

Ma sull’Etna non tutti arrivano al vino allo stesso modo.

“In campagna non si improvvisa niente”, dice Vincenzo Trigona dell’azienda agricola omonima. La sua è una storia lunga dieci generazioni. Un tempo che cambia completamente prospettiva: qui il vino non si inizia, si continua. Alla domanda sui vitigni internazionali in Sicilia, la risposta è netta: “Non tutto funziona ovunque, anche se oggi sembra che tutto possa essere piantato dappertutto”.

Negli anni 2000 varietà come Cabernet o Chardonnay erano diffuse anche qui. Oggi, in molti casi, si è tornati indietro. “Il Nerello Mascalese, il Carricante… ci hanno messo secoli ad adattarsi. Pensare di sostituirli è spesso un errore”. Non è una posizione nostalgica, ma agricola. Perché il vino, prima di essere mercato, è conoscenza: del suolo, del clima, dei limiti.

Una conoscenza che oggi si confronta con un cambiamento evidente: “Si cercano vini più freschi, più immediati”. Anche per questo l’azienda ha rivisto il proprio stile, puntando su prodotti più accessibili e nuove produzioni, come le bollicine. Se Trigona rappresenta la continuità, l’azienda agricola Raciti racconta il punto di equilibrio.

“Non è importante chi investe, ma come lo fa», afferma Rosario Raciti. Tre generazioni nel vino, ma uno sguardo aperto su ciò che sta accadendo intorno. Nuovi capitali, nuovi ingressi, nuove dinamiche. Non uno scontro, ma una convivenza. “La passione deve essere la stessa”, anche quando il punto di partenza è diverso.

Negli ultimi quindici anni il vino è cambiato profondamente. Anche sull’Etna. Dai vini più strutturati si è passati a prodotti più immediati, più pronti. I palmenti, un tempo strumenti di lavoro, oggi sono memoria. Nel caso dell’azienda Raciti, questa memoria affonda ancora più indietro: un palmento di epoca bizantina, segno che sull’Etna il vino continua a parlare attraverso i secoli. .

Il punto, però, non è scegliere tra passato e presente. È tenere insieme le due dimensioni. Da una parte chi arriva con entusiasmo, visione, desiderio di costruire qualcosa di nuovo. Dall’altra chi ricorda che la terra non si piega alle idee, ma richiede tempo, esperienza, conoscenza. Sull’Etna queste due spinte convivono. Non si escludono, ma nemmeno coincidono.

Ed è forse proprio in questa distanza, che non si annulla ma procede in parallelo, che il territorio continua a crescere.