Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Vino e dintorni

La forma del piacere: Maxi Riedel e i bicchieri

29 Aprile 2026
Maxi Riedel Maxi Riedel

La sua crociata non è per il lusso. È per il rispetto: la gioia di condividere, il gusto del dettaglio, la dignità da dare a ogni goccia di fatica che c'è dentro ogni bottiglia

Maxi Riedel non vende bicchieri. O meglio: li vende, eccome, ma quello che fa davvero è qualcos’altro. È uno dei cantori più autentici del vino e del piacere di berlo – uno che ha capito che il contenitore non è neutro, che la forma è sostanza, che un grande vino (ma anche un vino normale e piacevole) merita di essere ascoltato nel modo giusto.

Maxi è preoccupato, e non lo nasconde. Le materie prime del vetro costano sempre di più, la concorrenza è agguerrita. Ma il problema maggiore per lui  è un altro: nessuno insegna più a godersi il vino a tavola. Siamo tutti impegnati a recensire, punteggiare, raccontare storie spesso uguali a se stesse. Le cantine investono poco in comunicazione, eventi, esperienze capaci di entusiasmare davvero il pubblico – quella stessa gente che poi si siede a tavola e non sa in che bicchiere sta bevendo.

La sua crociata non è per il lusso. È per il rispetto: la gioia di condividere, il gusto del dettaglio, la dignità da dare a ogni goccia di fatica che c’è dentro ogni bottiglia. Un grande vino ha diritto di essere grande compiutamente. Il bicchiere giusto non è un vezzo , è il completamento di tutto il lavoro che viene prima.

La serata da Enoteca Pinchiorri è stata la dimostrazione pratica di questa filosofia. Non una lezione, non una presentazione commerciale: una cena, con piatti straordinari e una sequenza di vini che avrebbero potuto raccontare storie diverse a seconda di dove li versavi. E lui, con la sua consueta energia da mattatore gentile, ha lasciato che fossero i bicchieri a parlare.

Si comincia con leggerezza – una Panzanella toscana reinterpretata con la precisione che Pinchiorri sa dare anche ai classici – e si sale subito di registro con un sandwich di crostacei, carbonara di ricci di mare, spinaci al cacao amaro e pompelmo ghiacciato: un piatto che gioca su contrasti apparentemente impossibili e li risolve con eleganza, dove l’amaro del cacao e il freddo agrumato del pompelmo tengono a bada la grassezza marina dei ricci.

Poi i ravioli farciti di coda di bue brasata, fonduta di cipolla ramata, ciccioli di pollo fritto e spuma di patate affumicate – un piatto che è quasi un manifesto della cucina toscana reinterpretata: la coda di bue come protagonista assoluta, avvolta da una struttura che la celebra senza coprirla. Il filetto di vitello alla Wellington toscana chiude il salato con una versione personale e territoriale di un classico internazionale. Il finale dolce – Pavlova agrumata, babà all’alchermes, spuma ghiacciata di fragole e crema di mandorle amara e ginepro – è una chiusura profumata e leggera, quasi un riassunto aromatico della serata.

Nei bicchieri  “Fatto a Mano” Black Tie Champagner il manifesto della serata arriva subito, con un Dom Pérignon Oenothèque 1996  che nei decenni ha costruito una stratificazione aromatica rara: zafferano e pepe bianco, ostrica belon, musk e anice, crema pasticcera, narciso, neroli, verbena, una cremosità che avvolge senza appesantire. Nel bicchiere Riedel specifico per Champagne vintage non perde un grammo di tensione — anzi, acquista volume di aromi ad ogni sorso, ad ogni olfazione. Non ho mai bevuto questo vino così in forma. Uno Champagne praticamente perfetto, che nel contenitore giusto diventa quasi un’esperienza intellettuale oltre che sensoriale.

Bicchiere Knoll Riedel

Bicchiere Knoll Riedel

Poi il Ried Loibenberg Grüner Veltliner Smaragd 2021 di Weingut Knoll: pepe bianco, balsamico e ginestra, pesca, albicocca, menta e timo, con un tocco tropicale che si intreccia alla mineralità. Nel bicchiere Winewings Riesling (che a noi ricordano quelli di Josephine Hutte…) cresce a dismisura nel corso della serata, affinandosi fino a diventare quasi impalpabile. Un vino abbinabile a tutto — ma attenzione: alcol, intensità e ricchezza iniziale richiedono rispetto e pazienza, pena fraintendimenti clamorosi.

Il Barbaresco Sorì Tildìn 2021 di Gaja arriva nella Manifaktur Series, un bicchiere fatto interamente a mano con una forma volutamente irregolare e quasi artigianale. Rose, dolcezza sottile, pepe e marasca, incenso e floreale che continuano a ballare anche al sorso. Incantevole, sottile al punto da non sembrare così giovane — eppure già leggibile nella sua grandezza futura. Volava, letteralmente.

Gaja Sori Tildin 2021

Gaja Sori Tildin 2021

Il Barbaresco 1985 di Gaja nel Riedel Manufaktur Pinot Noir è inizialemente un’altra storia: naso dimesso, quasi funky — pepe nero, liquirizia, rafano, vetiver, sale, acciughe — ma al palato, complice il bicchiere, sale lentamente e rivela un sorso integro e appassionante. Sottobosco, humus, un finale trasognato e balsamico, toni di bizzarria medicea, tannini fitti ma dolci, un’eleganza che si adattava a quasi ogni piatto della serata. Non il miglior 1985 di Gaja che possiate trovare, ma un’esperienza comunque memorabile e quasi commovente a dargli fiducia e tempo.

Gaja Barbaresco 1985

Gaja Barbaresco 1985

Chiude nel Fatto a Mano Black Tie Bordeaux  l’Opus One 1996 che al naso fa molto carménère, e molto Mouton nel carattere — servito nel monumentale Riedel Black Tie fatto a mano, un bicchiere enorme che lo amplifica e lo trasforma. Macchia mediterranea, pepe, eucalipto, timo, resine, genziana. Poi oud, ambra, un avvolgimento a più ondate che non ha nulla di freddo o distante: seduce, coinvolge, non lascia andare.

Opus One Riedel

Opus One Riedel

Si conclude con una battuta delle sue , stavolta addirittura sul Santo Graal.

https://www.instagram.com/reel/DWTVew5M3fF/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==

“Oggi abbiamo parlato di Indiana Jones e di Gesù come carpentiere. Io credo che in realtà fosse un vetraio. Perché? Perché la mia famiglia ha inventato il vetro all’uranio – quella luce blu speciale che si rivela quando viene illuminato- e il Santo Graal  se ci fate caso è sempre mostrato in ogni chiesa come un piccolo oggetto luminoso da ammirare. E quindi io credo che Gesù Cristo fosse in realtà un vetraio e non un carpentiere… In effetti, il vetro fa dei miracoli… Anche se noi non trasformiamo l’acqua in vino!”