Per anni il vino ha seguito una direzione chiara. I vitigni francesi, Cabernet, Merlot, Syrah, capaci di adattarsi ovunque, portando con sé un’identità forte e riconoscibile. Molto più raro il percorso inverso. Eppure nel sud della Valle del Rodano c’è chi ha scelto di cambiare prospettiva. Château Mourgues du Grès porta avanti un lavoro che si muove dentro la tradizione francese, ma senza restarne prigioniero.
A raccontarlo è Olivier Raveux, export manager e responsabile estero della cantina. L’impostazione è netta: lavoro biologico e biodinamico, interventi ridotti al minimo, pochissima solforosa, nessuna costruzione forzata del vino.
Non è una scelta di stile, ma il risultato di anni di sperimentazione. Dentro questo percorso si inserisce anche il Montepulciano. Un vitigno lontano dal suo contesto naturale, che qui trova una lettura diversa, senza forzature.
Claudio Lo Voi, patron del locale Di Fetta in Fetta di Palermo, lo sintetizza così: “Dire che sorprende è poco. Siamo abituati a Montepulciano importanti, a volte pesanti. Qui cambia completamente registro”.
Il vino è più leggero, dinamico, immediato. La differenza sta nell’approccio: niente estrazioni spinte, nessun legno invasivo, lavorazioni in cemento e presenza minima in cantina. Il risultato è un rosso che mantiene identità ma cambia linguaggio. “È un Montepulciano che ti insegna qualcosa. È beverino, equilibrato, non ti stanca.”
Una linea che si ritrova anche nei bianchi, freschi ed essenziali, costruiti per sottrazione più che per aggiunta.
Il dato interessante, però, è il contesto. In una Francia storicamente legata alla propria identità varietale, l’introduzione di un vitigno italiano per ricerca, e non per moda, segna un passaggio preciso. “È un Rodano fuori schema”, osserva ancora Lo Voi. “Più fresco, più salino, meno pesante. Non vuole impressionare, vuole farsi bere.”
La degustazione, ospitata da Di Fetta in Fetta, è stata costruita con un menu volutamente italiano. Una scelta che ha messo in evidenza la versatilità dei vini, con abbinamenti mai forzati e sempre equilibrati. È proprio in questo dialogo tra cucina italiana e vini francesi fuori schema che emerge il senso più interessante dell’esperimento: non una rottura, ma un’evoluzione credibile della tradizione.