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L'intervista

Daniele Cernilli: “I giovani bevono meno vino? Servono coetanei che lo raccontino. Con un Tre Bicchieri una cantina volava, oggi non più. E per i 15 anni di DoctorWine…”

06 Maggio 2026
Daniele Cernilli Daniele Cernilli

"Ho assaggiato circa 180 mila bottiglie, sui consumi pro capite stiamo toccando il minimo storico. I vini naturali? Sono migliorati ed è finito il folklore. E basta con lo storytelling fine a se stesso"

Quindici anni di DoctorWine: un traguardo importante per uno dei progetti editoriali più riconoscibili del panorama del giornalismo enogastronomico italiano. Raggiungiamo telefonicamente a Roma Daniele Cernilli, alias “Doctor Wine”, fondatore e direttore, che nella guida ci mette letteralmente la faccia, con i suoi ormai iconici “faccini” di valutazione.

A pochi giorni dell’evento celebrativo del 9 maggio, ne nasce una chiacchierata serrata tra ricordi, aneddoti e riflessioni: dagli esordi, quando la passione per il vino si intreccia con la geografia e il racconto dei territori, fino alle grandi esperienze giornalistiche e alla costruzione di un linguaggio personale. Un viaggio lungo quindici anni – ma in realtà sono molti di più – che diventa l’occasione per guardare al presente del vino, tra cambiamenti, nuove generazioni e sfide future.

Daniele, tra colleghi ci diamo del tu… e quindi partiamo. Come nasce la tua passione per il vino?

“È nata da una passione per la geografia che avevo fin da bambino. Intorno alla metà degli anni ’70 rimasi affascinato da alcuni cartoncini inseriti nel settimanale Epoca, curati da Luigi Veronelli: erano delle mappe con indicate le cantine. Avevo circa vent’anni e ne rimasi colpito, tanto da acquistarli e poi comprare tutti i vini segnalati. Da lì è iniziato tutto: ho scoperto un mondo affascinante, quello del vino, che era una vera geografia di sapori, dove tutto aveva origine e risiedeva nel territorio, nel luogo, con tutte le connessioni legate al contesto geografico, culturale e umano. Il vino era qualcosa di enorme e profondamente affascinante”.

Sei stato tra i primi tesserati Ais. È così?

“Non proprio tra i primissimi, ma ho avuto la tessera numero 531 del 1979 della Associazione Italiana Sommelier. Era un’epoca pionieristica: i corsi erano tenuti esclusivamente da professionisti del settore, persone come Franco Colombani o Angelo Ingrao in Sicilia. Oggi è diverso: molti sono sommelier pur non lavorando nel settore, magari sono professionisti in altri ambiti, mossi da curiosità e passione. All’epoca, invece, il vino era qualcosa di molto elitario: per la maggior parte delle persone era semplicemente “bianco o rosso”. Oggi per fortuna i corsi di avvicinamento al vino hanno contribuito a diffondere una maggiore cultura”.

Come sei arrivato al Gambero Rosso?

“Il Gambero Rosso è stato fondato da Stefano Bonilli. Io ci sono arrivato come giornalista enologico, poi sono diventato vicedirettore e per un paio d’anni anche direttore. Posso dire che il punto di vista sul vino del Gambero Rosso, cioè l’approccio e l’apertura al mondo del vino, l’ho inventato io. Così come ho ideato la guida e i Tre Bicchieri”.

Cosa significava ottenere i Tre Bicchieri?

“Prendere i Tre Bicchieri poteva cambiare la vita a un produttore dall’oggi al domani, proprio come accadeva con Robert Parker negli Stati Uniti. Il giudizio faceva svuotare la cantina in poco tempo, con ordini che arrivavano non solo dall’Italia ma anche dall’estero, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Inghilterra. Il successo della guida fu enorme: negli anni ’90 uscì anche l’edizione in tedesco, con circa 22.000 copie vendute, pubblicata da una casa editrice che – ironia della sorte per me – si occupava anche di cartine geografiche, e poi arrivò anche l’edizione in inglese. Questo ha cambiato le sorti di molte cantine e di molti vini, accelerandone il percorso di conoscenza e popolarità”.

Ti vengono in mente alcuni casi importanti di riconoscimenti di aziende a cui avete cambiato la prospettiva?

“Posso citare alcuni esempi: nel 1995 nominammo Planeta cantina dell’anno quando ancora non la conosceva nessuno. Oppure il Sauvignon Sanct Valentin 1994 della Cantina San Michele Appiano, il Sagrantino di Montefalco “25 Anni” di Caprai, o realtà più piccole come i Barolo Boys, Luciano Sandrone, in Toscana Castello di Fonterutoli, ma anche Gianni Masciarelli. Molte sarebbero diventate famose comunque, ma il processo è stato accelerato”.

Oggi i Tre Bicchieri hanno lo stesso potere? E le guide?

“No. Nessuna guida oggi ha più quel potere. È cambiato il senso della divulgazione: non hanno più lo stesso valore i consigli per gli acquisti. Oggi c’è il web, si naviga e ci si può informare su tutto. Ci sono siti validi e altri meno affidabili, quindi è importante sapere orientarsi. Non è semplice, perché “di notte le vacche sono tutte nere”: il web è così”.

Come districarsi?

“Bisogna avere la capacità di fermarsi, approfondire, fare corsi e lasciarsi guidare dalla passione per sviluppare spirito critico”.

Oggi esistono ancora gli influencer del vino?

“Certo che esistono, ci sono anche quelli finti, ma molti hanno una reale capacità di influenzare perché utilizzano strumenti che permettono di raggiungere un gran numero di persone. Come accade sui social. Se sono capaci, competenti e trasversali, possono davvero orientare il pubblico”.

Come sta cambiando il linguaggio del vino?

“Stiamo passando dal “telling” all’”asking”: bisogna chiedere e chiedersi come essere utili. Lo storytelling fine a sé stesso diventa anche un po’ fastidioso. Bisogna informare e poi divulgare. A mio parere i giudizi stanno anche un po’ annoiando: è finita l’era dei guru. Il linguaggio funziona se è trasversale. È importante trovare il modo di giocare anche con il target, con il pubblico di riferimento. Per esempio, ho inventato un torneo di riconoscimento dei vini alla cieca per tipologia. Bisogna essere meno “professori”, al massimo arbitri, ma soprattutto far partecipare e coinvolgere”.

I giovani bevono meno vino? Come farli avvicinare?

“I giovani bevono meno vino perché hanno più alternative e perché il vino è spesso associato ai loro padri, quindi può avere meno appeal. Però sono anche più competenti, più curiosi e più informati. Per avvicinarli bisogna coinvolgerli, ma soprattutto lasciare che siano i giovani a raccontare ai giovani, trovando i loro strumenti e i loro linguaggi”.

Hai fiducia nelle nuove generazioni di produttori?

“Assolutamente sì. Le vecchie generazioni hanno avuto la determinazione di fare il salto di qualità, passando da un sistema in cui si vendeva vino sfuso a una produzione più strutturata. I giovani oggi hanno ereditato qualcosa che già esiste, ma hanno anche più strumenti, più conoscenze e più intraprendenza. Hanno studiato anche all’estero, non solo nelle scuole italiane come Conegliano o Alba, e hanno fatto esperienze sia enologiche sia aziendali”.

Oggi si parla molto di calo dei consumi: c’è davvero da preoccuparsi?

“Il calo è reale, ma viene da lontano: negli anni ’70 si consumavano circa 100 litri pro capite, oggi se ne consumano circa 30. C’è stata un’accelerazione, dovuta anche a una certa “medicalizzazione” anti-vino. È giusto considerare i rischi, ma con consapevolezza. C’è anche un tema legato ai media: il vino oggi non ha uno spazio ampio in televisione, nei media generalisti di larga fascia, così come ce l’ha il cibo. Pensiamo a Masterchef o alla Prova del cuoco. Oggi si parla pochissimo di vino in televisione, perché è un argomento scivoloso. Una trasmissione come quella condotta da Veronelli non sarebbe possibile, perché si parlava a lungo e in modo approfondito di vino. Anche su canali come il Gambero Rosso Channel si parla più di cibo che di vino. C’è quasi un tentativo di dire che le denominazioni sono delle ‘buffonate’, che i vini sono troppo costosi o costruiti, e quindi non ci dobbiamo meravigliare se si attaccano vini e cantine famose mentre si esaltano altri filoni come quello dei vini naturali”.

Sul tema dei vini naturali: c’è stato un entusiasmo eccessivo?

“Ci sono state sicuramente delle esagerazioni, ma oggi i vini naturali stanno cambiando molto e in meglio. Non siamo più in una fase “folkloristica”: ci sono produttori davvero importanti e si può parlare di una nuova frontiera”.

Quindici anni fa hai fondato DoctorWine: cosa rappresenta questo percorso?

“Sono stati quindici anni molto belli. Io uscivo dal Gambero Rosso e ho fatto quello che sapevo fare, fondando un giornale e una guida. La mia capacità è stata costruire una squadra forte: non sono un uomo solo al comando. È importante il confronto e il feedback incrociato, perché ti impedisce di sentirti troppo sicuro e ti fa crescere”.

Perché il nome DoctorWine?

“È un riferimento ironico a Julius Erving, leggendario giocatore di basket noto come “Dr. J”. Non significa considerarsi il migliore, ma giocare con quell’idea in modo ironico”.

Quanti vini hai assaggiato nella tua carriera?

“Penso circa 180.000. Sono davvero tanti, e molti memorabili: Monfortino, Sassicaia, tanti grandi vini toscani. Probabilmente sono tra quelli che hanno assaggiato più Chianti Classico in assoluto: ho iniziato nel 1989 e per 35 anni ho partecipato alle anteprime del Consorzio, degustando circa 18.000 Chianti Classico. Per l’Alto Adige siamo intorno ai 12.000.

Quali sono le tue aspettative per il futuro?

“Mi auguro che questa avventura continui ancora per un po’. Il tempo passa, ma la passione resta, ed è quella che fa andare avanti tutto”.

Ci sarà un evento per celebrare i 15 anni?

“Sì, il 9 maggio a Roma, all’hotel Le Méridien. I lettori potranno iscriversi gratuitamente fino a un massimo di 500 persone e degustare i vini delle aziende che hanno ottenuto le Tre Stelline, circa 52. Festeggeremo anche il riconoscimento a San Leonardo come vino rosso dell’anno e i 35 anni della linea Marina Cvetic di Masciarelli”.