Il calo dell’export del vino italiano negli Stati Uniti non si arresta. Gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio di Unione italiana vini fotografano un peggioramento del trend: nei 14 mesi successivi al cosiddetto Liberation Day dell’aprile 2025, le vendite oltreoceano hanno registrato una flessione del 16% in valore rispetto ai 14 mesi precedenti, con una perdita stimata di 360 milioni di euro.
Si tratta dell’ennesima conferma di una tendenza negativa già emersa nelle precedenti rilevazioni di Uiv. L’analisi relativa ai dodici mesi compresi tra aprile 2025 e marzo 2026 evidenziava infatti un calo del 17% in valore e oltre 340 milioni di euro di export persi sul mercato americano. Anche gli aggiornamenti successivi, riferiti ai primi quattro e ai primi cinque mesi del 2026, hanno confermato la difficoltà del comparto: il saldo verso gli Stati Uniti è rimasto attorno al -15%, mentre i primi cinque mesi dell’anno sono risultati i peggiori dal 2017 sia a valore sia a volume.
Il ridimensionamento pesa soprattutto perché riguarda quello che da anni rappresenta il principale mercato mondiale per il vino italiano. A fine 2024 le esportazioni verso gli Stati Uniti sfioravano i 2 miliardi di euro, pari a quasi un quarto dell’intero export vitivinicolo nazionale. Nel 2025 le vendite si sono invece fermate a 1,76 miliardi di euro, mentre il 2026 continua a mostrare segnali di debolezza.
Tra le tipologie che stanno pagando il prezzo più alto nei primi cinque mesi dell’anno figurano i vini rossi fermi imbottigliati, in calo del 18%, seguiti dai bianchi (-17%). Più contenuta la flessione degli spumanti, che si attestano a -11%. Le maggiori difficoltà interessano inoltre i vini con prezzo all’origine fino a 6 euro a bottiglia, fascia che rappresenta oltre l’80% delle esportazioni italiane dirette negli Stati Uniti.
Sul fronte delle politiche commerciali, il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, giudica positivamente la riduzione dei dazi al 10% rispetto alle ipotesi iniziali, ma invita alla prudenza: “Le nuove tariffe – dice – sono migliorative, ma preoccupano le indagini sulla sovraccapacità produttiva che potrebbero portare a ulteriori dazi. La speranza è che tutto resti nell’ambito dell’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti senza superare il tetto del 15%”.
Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, il vino continua a essere uno dei comparti più penalizzati: “Dall’introduzione dei dazi non è stato possibile stabilizzare le vendite negli Stati Uniti. Il vino è un bene voluttuario e risente maggiormente del calo dei consumi e del potere d’acquisto. Per questo servono risorse straordinarie per sostenere la promozione sui mercati esteri, a partire proprio dagli Usa”.