Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Scenari

C’erano una volta i vini funky, costosi e pieni di difetti. E ora?

16 Agosto 2026
Calice di vino servito al ristorante Calice di vino servito al ristorante

Dove sono finiti i vini funky? Sono mai davvero esistiti? Ci sono ancora e non sono più funky? Un tempo vi giuro, tutti ne parlavano. C’è stato un tempo in cui sommelier con le Vans e le t-shirt, (scolorite) dei Legwagon, dei Fugazi o degli Hüsker dü, consigliavano non meglio precisati vini funky, spesso della Loira, ma potevano anche essere friulani, o, addirittura, delle Marche, poco importava il luogo esatto, la cosa che contava era che fossero funky a volte anche, molto, funky.

Era un’epoca ottimista (ovviamente breve) dove si poteva se non sognare, almeno sperare in qualcosa di meglio, (sembra passato tantissimo vero?), che va dalla fine degli anni zero fino al covid, circa.

Era un’epoca strana, e colorata, dove il “movimento” naturalista si proponeva, di svecchiare il mondo del vino renderlo più vario, strano, e a volte divertente, anche.

Ma cosa erano i vini funky, quelli col prezzo scritto ad uniposca sulla bottiglia, e le etichette, strane, dove non c’era quasi mai il nome del vitigno, una denominazione, erano vini-idea, che si bevevano (a caro prezzo) per un’adesione ad un tipo di estetica, per un’appartenenza ad un certo tipo di mondo, che forse però non esisteva, e che si proponeva di cambiare il mondo per il meglio abbassando il livello di solforosa.

Erano vini figli dell’idea, che la solforosa fosse il problema principale, non solo del vino, ma anche del mondo in generale, e che, abbassando i livelli di solforosa si sarebbero potuti eliminare anche, nell’ordine, fame nel mondo, patriarcato e disuguaglianze. Ovviamente le cose non stavano esattamente così, ma intanto se ne parlava, si beveva, anche molto, si poteva bere molto perché tanto erano vini con poca solforosa, quindi praticamente, semplificando, facevano bene.

Ma come erano questi vini funky? Come si faceva a guadagnare questo nebuloso aggettivo, eno- musicale, che soprattuto si riferiva ad una musica, il funky appunto, che nessuno conosceva o ascoltava (né chi li beveva, né chi li produceva aveva a casa Mothership Connection dei Parliament), va beh, non stiamo a sottilizzare.

Questo aggettivo impossibile da capire, e che non aveva nulla a che fare con l’enologia, permetteva automaticamente di poter applicare ricarichi che, a volte, sconfinavano pericolosamente fuori dai confini dei territori dell’onestà, intellettuale, prima di tutto.

Beh, la cosa fondamentale è che avessero dei difetti, e che quei difetti fossero evidenti, dovevano sentirsi tanto, sopratutto al naso, per allontanare da quei luoghi e da quei vini i deboli di cuore o di olfatto almeno, fare una scrematura all’origine tra i bevitori hardcore e quelli, mosci, prevedibili, e mainstream.

  • La Brett ad esempio era fondamentale, la sensazione di cuoio di stalla, cose che per i più boomer di noi, si associavano più al Totip (ci avete mai giocato?), che al vino.
  • Di poco sotto come importanza, ma no, non come intensità, l’acidità volatile alta una frontiera, era segno di energia incontenibile, di territorio che si esprimeva senza mediazioni, l’acidità volatile, regalava ad ogni olfazione, afflati di verità, anzi era, la verità.
  • La riduzione, quella sensazione di gomma bruciata, di parcheggio d’estate, che si andava stemperando progressivamente con l’ossigenazione ostentata, mentre si vibravano con studiata maestria i calici sopra i tavoli scheggiati nei locali, dove dalle casse arrivavano i Vampire weekend e i Tame Empala.
  • La rifermentazione parziale, sì vini fermi che poi, nel calice diventavano qualcos’altro, si materializzavano bollicine non richieste, vini che attraverso la C02, si aprivano sull’inaspettato, sull’inedito, lontani dalla noia dei vini fermi che erano, banalmente, soltanto fermi.
  • La torbidezza, ogni tipo di filtrazione veniva visto come un crimine contro l’umanità, come un atto di violenza, un tradimento verso il territorio, l’uva, e la vita in generale.

Il calice doveva rendere chiaro anche a distanza, anche ai passanti occasionali che voi eravate diversi, autentici, migliori, non proni ai colori e alle trasparenze del vino mainstream, da maggioranza silenziosa.

Erano tempi strani, sembrano lontanissimi, in realtà, razionalmente non lo sono, ma il tempo, si sa, non si misura mai solo in minuti e secondi, io stesso ho speso in questi vini che non piacevano soldi che non avevo e sono stato molto felice di farlo, lo sono meno a ricordarlo, ma non è questo il luogo per parlarne.

Alcuni dei vini di allora si vedono ancora nei posti, hanno, ancora, il prezzo ancora più alto scritto ad uniposca sul collo, in quei wine bar in cui la vetrina all’esterno, promette delizie incredibili anche se, non proprio economiche.

Lo stesso vino servito ora, però, dal sommelier con le Vans (sì esistono ancora) non sarà più definito come funky ma solo come molto territoriale, come se del funky ora, in questi tempi di trap e di pop nostalgico, ci si vergognasse.

Ora la domanda è, i vini che erano funky, ora che tipo di musica suonano?