Il prologo al Vinitaly 2026, alle Gallerie Mercatali di Verona, è quello delle grandi occasioni, in grado di richiamare, oltre che il titolare della materia, pure vari ministri dello Stato italiano.
Così, prima del taglio del nastro della 15esima edizione di OperaWine, la parte di Governo spinge forte su tutto quanto rappresenta un valore del Belpaese. In questo solco si inserisce l’annunciata grande installazione – una bottiglia lunga trenta metri e alta dieci – voluta dal ministero dell’Agricoltura per il Vinitaly: “Dentro c’è l’Italia”, vitigni, arte e altro ancora.
Il messaggio da far passare per il vino? L’Italia guarda al mondo e lo vuole conquistare sia tramite il turismo enogastronomico che con esportazioni, facendo attenzione a nuovi mercati.
Insomma, non si può mancare: è una vetrina che luccica più forte di prima. Nel corso degli anni, Opera Wine si è infatti rafforzata di pari passo con la crescita del suo prestigio e del consolidamento dei legami che la testata Wine Spectator ha stretto con la comunità vinicola italiana.
Intanto gli editor che hanno curato la selezione – Jeffery Lindenmuth, Alison Napjus e Bruce Sanderson – presentati dalla autorevole voce della comunicazione del vino Stevie Kim – hanno innanzitutto ribadito la loro indipendenza nel discorso che si sono divisi in apertura.
“Sebbene Opera Wine sia presentata in collaborazione con Vinitaly, Wine Spectator è pienamente responsabile della selezione dei produttori invitati a partecipare alla degustazione ogni anno”, hanno chiarito subito precisando lo sforzo di far evolvere il format “per dare nuova linfa all’evento e per mettere in luce diversi aspetti del vino italiano”.
La selezione di cantine di alta qualità ha tenuto conto delle tre categorie: Legacy icon, Classic e New Voice. La prima contiene i produttori ormai di riferimento per le loro regioni, oltre che storicamente significativi per il vino italiano, che hanno partecipato a ogni edizione di Opera Wine. Testimonianza, appunto, di un “sincero impegno nella promozione del vino italiano e il loro coinvolgimento con gli amanti del vino, Wine Spectator e Vinitaly”.
Nella seconda categoria le aziende che dimostrano una dedizione costante al vino italiano. La selezione? “Sono i portabandiera di una grande varietà, di una regione o di uno stile di vino, uno dei primi nomi che vengono in mente”.
Quindi le Nuove voci, con il 1990 come punto di riferimento rilevante. “Molte sono state fondate come nuove aziende vinicole nel 1990 o successivamente, altre potrebbero aver cambiato proprietà o accolto investitori. Hanno portato nuova energia e risorse all’azienda vinicola in questo periodo”.
Anticipano, infine, ma in realtà non svelano nulla: nel dare l’annuale risalto a un nuovo tema per questo terzo gruppo, hanno già l’idea per il 2027. “Ma per ora, non possiamo rivelarlo”. Che peccato.
E via, si pensa all’assaggio. “I vini che degusterete includono una vasta gamma di stili, denominazioni e grandi varietà – spiegano –. E molte aziende hanno risposto al nostro invito ad aprire le loro cantine per poter degustare annate più vecchie”.
Quale sia il minimo comune denominatore è ribadito anche in conclusione: “Tra tutte le cantine presenti oggi, troviamo una dedizione costante sia alle tradizioni del vino italiano, sia all’innovazione e alla determinazione di continuare ad ampliare la storia del vino”.
Presenti alla successiva cerimonia inaugurale i ministri all’Agricoltura Francesco Lollobrigida, quello delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso; il neo titolare del Turimo Gianmarco Mazzi, alla sua prima uscita ufficiale nella sua Verona. Quindi gli altri nomi in scaletta: Matteo Zoppas, presidente Ita – Italian Trade Agency, Damiano Tommasi, sindaco di Verona, Flavio Massimo Pasini, presidente della Provincia di Verona oltre a quella dei vertici di Veronafiere: Federico Bricolo (presidente), Barbara Ferro (amministratrice delegata) e Gianni Bruno (direttore generale vicario).
Il ministro Lollobrigida ricorda che a Verona è stata lanciata la candidatura della cucina italiana patrimoniale dell’Unesco insieme a Mazzi, che allora era sottosegretario per il ministero della Cultura. Torna indietro di un triennio, quando il vino era “sotto attacco”. E dice: “In questi tre anni abbiamo riaffermato il rapporto che c’è con la tradizione, la cultura, l’identità, la storia, il territorio che attraverso l’enoturismo può mettere in condizione le nostre grandi imprese anche di attrarre altri milioni di visitatori in questa nazione che prima venivano per i monumenti e per l’ambiente. E mangiavano e bevevano dopo, ma oggi vengono spesso per bere e mangiare e poi vedono anche i monumenti oppure frequentano i nostri straordinari luoghi dal punto di vista ambientale”.
Il neoministro al Turismo annuncia di volersi dedicare all’enoturismo. “Portare i turisti nelle nostre cantine, che sono luoghi meravigliosi, è importante culturalmente perché facciamo conoscere i nostri territori. Ma anche dal punto di vista economico perché la vendita diretta del vino nelle cantine costa meno al produttore ed è anche un’esperienza migliore per il cliente, per il visitatore e per il turista”, afferma Mazzi.
Intanto, in ballo, ha anche la candidatura Unesco dell’Amarone, ovvero i saperi tradizionali legati alla tecnica dell’appassimento. Uno scatto di orgoglio territoriale (troppo di parte, secondo qualche produttore che non ha gradito): nel suoi saluti il sindaco Tommasi augura di cuore “Buon Vinitaly e buon Amarone, soprattutto”.