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Il personaggio

Gino Veronelli, perché è il pioniere della critica gastronomica

04 Febbraio 2026
Gino Veronelli Gino Veronelli

Nel centenario della nascita, Veronelli emerge come coscienza critica che ha cambiato per sempre il modo di pensare il cibo e il vino

Pressoché ignorato dalla grande stampa, il centenario della nascita di Gino Veronelli (il 2 febbraio scorso) riveste simbolicamente, oggi più che mai, un’enorme importanza. Che va ben oltre la coincidenza temporale. Non c’è nulla da celebrare in Veronelli, semmai da ringraziare.

La sua vita ricchissima di idee e di iniziative, proposte e conflitti, lotte e vittorie, ma anche vilipendi e arresti, è un pezzo della storia d’Italia. Il suo gusto raffinato e inappagabile, la sua attenzione al dettaglio gastronomico, alla nuance enoica, la sua capacità di imporre autorevolezza comunicativa e simpatia istintiva, sono andati ben oltre l’individuo singolo per divenire altrettante prese di posizione politica, rivendicazioni morali e mai moralistiche, desiderio di libertà imbrigliato, felicemente, nel rigore di una esistenza da svolgere fino allo stremo e da contemplare soddisfatti.

A partire dalla sua persona e dal suo personaggio, c’è da riscrivere le cronache del Belpaese. E in meglio.

Non basterebbe un’enciclopedia per elencare le sue innumerevoli doti di maestro indiscusso e di straordinario divulgatore, di predicatore instancabile e di joker sprezzante.

In un gran libro a lui dedicato (Giunti editore 2012), Gian Arturo Rota e Nichi Stefi, fra i suoi più stretti, storici collaboratori, hanno provato a darne un’ampia definizione: “Luigi Veronelli è stato tante cose: un filosofo, uno scrittore, un giornalista, un difensore della civiltà contadina, un anarchico, uno studioso, un bevitore di vino, un amante del bello, un editore, un indignato, un cultore della parola”.

Lungo elenco forse non esaustivo. Per ognuna di questi aspetti si potrebbe scrivere un trattato intero, e dire altresì sulle sue epiche trasmissioni televisive, delle sue felici scorribande per cantine, del suo insegnamento a largo raggio, dei suoi neologismi (“vino da meditazione”, “stassentire”, “millanta”…), e soprattutto della sua feroce ironia. In un librino che è un piccolo manifesto anarchico, non a caso intitolato Vietato vietare (Elèuthera), propone la ricetta di una sartina farcita: ottenuta, molto semplicemente, cambiando la “d” della sardina nella “t” della giovane cucitrice. Una squisitezza alquanto trasgressiva senza essere antropofagica.

Ma di tutte queste prodezze anticipatrici basterà ricordarne una sola, la cui odierna ovvietà ne rafforza il portato storico. Veronelli ha sdoganato il mangiare e il bere come tema degno dei più raffinati intellettuali. Lui, filosofo teoretico alla Statale di Milano, aveva colto la valenza metafisica della gastronomia, facendone una dignitosissima scienza a sé stante. Dando in questo ragione a Brillat-Savarin e aprendo le porte a Carlin Petrini.

Dirigeva insieme una rivista come “Problemi del socialismo” e un’altra chiamata “Il gastronomo”. Gli dobbiamo tutti qualcosa, e tanto. Ricordando momento per momento il suo monito esistenziale: “la vita è troppo corta per bere dei vini cattivi”.