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Pubblicato in L'intervista il 11 Luglio 2012
di C.d.G.

Da pochi giorni è entrato nella cabina di regia del Consorzio che porta alto il nome dell’enologia italiana nei mercati.

Sergio Zingarelli, a capo del brand chiantigiano Rocca delle Macie, ha vissuto in prima persona da vicino la storia che ha scritto il Chianti Classico. Da 17anni nel CdA e dal 2003 nel ruolo di vicepresidente, le tappe e le evoluzioni della produzione storica più conosciuta al mondo e prestigiosa le ha seguite tutte da vicino. Adesso gli aspettano tre anni di lavoro che, come ha anticipato subito dopo l’insediamento, seguirà il percorso tracciato dalla presidenza e dal Consiglio precedenti. Lo farà in un clima di squadra rinnovato, con un gruppo allargato che annovera al suo interno titani del vino Made in Italy del calibro di Antinori, Fèlsina, Zonin. Analizzando gli scenari attuali, commentando il programma e la tabella di marcia stabiliti dai 600 soci, il presidente ci dipinge le dinamiche attuali con le quali attualmente si sta muovendo il distretto vinicolo del Chianti Classico. 

Come sta il Chianti Classico?
“Ecco come sta: noi oggi esportiamo i ¾ di vino all’estero. Negli ultimi cinque, sei anni, nel mercato italiano, ha subito una contrazione di vendite. Venti anni fa era un vino presente in tutta la Penisola.  Ma poi con l’incremento della regionalizzazione dei consumi si è venduto molto meno. Un ridimensione quindi a vantaggio delle proposte locali. Continua ad esserci anche oggi con la riduzione del consumo procapite che sta investendo il canale tradizionale dove è distribuito”. 

I mercati di riferimento oggi?
“Usa e Germania. Ma gli Stati Uniti  pesano il doppio. Guardando all’Est del mondo. Per noi mercati da seguire sono Corea e Cina, poi c’è la Cambogia, Taiwan. Difficoltosa è l’India. Su questo mercato ho qualche riserva. Per vendere ci sono  difficoltà enormi e una burocrazia pesante. Poi i costi di registrazione dei vini sono fuori dal mondo. Finché l’India è così chiusa non può essere il mercato di sbocco del prossimo futuro. Mentre in Cina vorrei portare avanti un programma di comunicazione”. 

Dando uno sguardo allo scenario attuale l’umore dei soci qual è?
“Le rispondo così. E’ da quasi venti anni che mi occupo del Consorzio e non ho mai visto assemblee così numerose ultimamente.  Sono stati tutti presenti. La massima partecipazione normalmente la si registra nei periodi in cui le cose non vanno tanto bene. L’umore è di grande incertezza, pur tuttavia il Chianti Classico può contare su dei punti di forza. E’ un vino conosciuto in tutto il mondo, nasce in una delle zone più belle dell’Italia e la Toscana vanta una storia incredibile. Malgrado la crisi, che secondo me è ascrivibile solo ad un cambio strutturale della nostra finanza, le vendite sono in crescita. Il problema è che ancora si produce di più di quello che si vende”. 

Il Chianti come risponde al cambiamento del gusto dei consumatori?
“Alla fine degli anni ‘90 era la potenza che veniva apprezzata dal consumatore anche perché premiata dalle varie guide. Oggi si cerca di più la finezza,  la bevibilità. Sicuramente posso dire che il Sangiovese che si produce oggi non è quello che si faceva trent’anni fa. Abbiamo poi un disciplinare abbastanza elastico. Poi ogni azienda ha la sua politica. uNegli ultimi anni gran parte dei vigneti sono stati ristrutturati con quattro, cinque mila piante per ettaro. L’impostazione è sempre sull’alta qualità”. 

La strategia del Consorzio?
“Lavorare sulle vendite con una politica basata sull’informazione e l’immagine. Rilanciare e riposizionare: questi gli obviettivi. Con la crisi sono aumentate le scorte che hanno fatto calare il prezzo del vino sfuso. Facendo crescere ancora di più l’immagine della denominazione possiamo fare ripartire la domanda”. 

In questi giorni l’Europa del vino si confronta su un tema caldo come quello della liberalizzazione dei diritti di impianto. Cosa ne pensa della decisione della Commissione Europea?
“Sarebbe una iattura micidiale. Significherebbe la fine di tante denominazioni. Nel Chianti  abbiamo sette mila ettari iscritti a Chianti Classico. Immagini se dovesse passare la liberalizzazione. I vigneti compatibili con il disciplinare passerebbero tutti a Chianti Classico con un aumento enorme della produzione e con l’inevitabile crollo del prezzo. Peggio di adesso. Con questo non voglio dire che sono contrario all’ampliamento della denominazione. Ma deve essere gestita e programmata dal Consorzio stesso. Non so davvero cosa potrà accadere con l’abolizione dei diritti. Porterà problemi seri e al Chianti Classico farà sicuramente male”. 

 Dalla posizione che ricopre come vede l’Italia del vino nel prossimo futuro?
“Sono ottimista. Da 25 anni giro il mondo per la mia azienda. Sono entrato in questo mondo l’anno che l’Italia ha toccato il fondo con lo scoppio del caso metanolo nel ’85, ’86. Da quell’epoca il Paese ha fatto passi da gigante. Si sono affacciate nuove realtà e nuove regioni come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, adesso stanno uscendo fuori con vini di grande livello la Campania, il Lazio. Prima si parlava solo di Piemonte, Toscana e qualche area del nord- est. C’è un piccolo neo. Dobbiamo essere sempre più uniti. I francesi ci insegnano. Dobbiamo metterci in testa che chi lavora bene non è mai competitore ma collega”.  

Ci sono modifiche del disciplinare in vista. Ha annunciato l’inserimento di una nuova tipologia e un diverso utilizzo del marchio del Gallo Nero. 
"E ne faremo una terza. Una grande misura passata a maggioranza. Abbiamo chiesto la certificazione del vino sfuso che passa da un’azienda  ad un’altra che vuole  vendere il vino. Il certificato deve attestare che quel vino corrisponda a quei parametri di qualità stabiliti dal disciplinare. Questa misura sarà qualcosa che dal punto di vista della vendita e dell’offerta non si sentirà, ma  dal punto di vista della produzione sarà rivoluzionario. Comporta che le aziende devono lavorare molto bene dal vigneto in poi, altrimenti rischiano che se il vino non ha i requisiti minimi non va venduto. Altra grossa novità sarà appunto questa selezione, per ora l’abbiamo chiamata così ma troveremo un nome, che nella piramide delle tipologie si posizionerà sopra la Riserva. È un contenitore che riunisce tutte le eccellenze del Chianti Classico. Vino di altissima qualità, pochi numeri, che come condizione necessaria avrà quella di essere integralmente prodotto dalla stessa azienda, dal vigneto all’imbottigliamento. Per quanto riguarda il nostro simbolo del Gallo Nero, che per disciplinare era obbligatorio mettere su fascetta di stato, ora su  proposta  del consiglio uscente, approvata dall’assemblea, si è deciso di apporlo sulla bottiglia. Rafforzando ancora di più il suo status di marchio”. 

M.L.


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