Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
La curiosità

Fenomenologia della panella, una risposta alla questione sul senso della vita

10 Ottobre 2013
panellaro panellaro

di Augusto Cavadi*

Tra le prime  cose che colpiscono gli ospiti di Palermo è senza dubbio l’abbondante offerta di cibo di strada.

Puoi faticare a trovare una libreria, persino un giornalaio; puoi dover girare un po’ per una farmacia o per un veterinaio; ma, intanto che hai percorso duecento o trecento metri alla ricerca della tua méta, difficilmente non ti sei imbattuto in qualcuno che vende panini con la milza, stigghiole, quarume e – in primis et ante omnia – panelle e crocché.

Perché quest’abbondanza di occasioni per mangiare, questa ubiquità e questa continuità oraria? Un’ipotesi filosofica me l’ha suggerita una volta un prete, rotondetto e rubicondo, nel corso di una scampagnata del primo maggio. Eravamo, con la mia giovane comitiva di allora, suoi ospiti e avevamo abbondantemente apprezzato le varie portate, dagli antipasti al dolce. A un certo punto tirò fuori dal frigorifero non so che cosa  – mi pare una torta gelata – ma dichiarai che proprio non ce la facevo più a ingurgitare altri alimenti. Insisté gentilmente e altrettanto gentilmente resistetti. Fu allora che mi arrivò il suo affondo teoretico: “Ma se ci levi il mangiare, che resta della vita?”.

Ecco dunque una prima ipotesi: pane e panelle abbondano per le strade palermitane per rispondere alla questione esistenziale sul senso della vita. In genere ci insegnano che si mangia per vivere, ma forse dalle nostre parti si vive per mangiare.  O, per lo meno, si mangia per dare senso alla vita. Per Ungaretti la morte si sconta vivendo; se fosse stato conterraneo, avrebbe aggiunto che la vita si sopporta mangiando.

Se qualcuno non fosse convinto da questa ipotesi sulla strabordante fenomenologia del pane-e-panelle, potrebbe esaminare una seconda ipotesi. Palermo è una città bella da vedere da Monte Pellegrino o dalla nave che arriva da Napoli, ma difficile da vivere: maleducazione, sporcizia, inquinamento, viabilità caotica, talvolta scippi, molto più spesso abusi edilizi e squarci di degrado urbanistico…Insomma, qualcosa che assomiglia molto a un girone infernale. Come resistere senza un viatico adeguato? Per questo un dio pietoso, nella notte dei tempi (o, più probabilmente, al tempo della dominazione araba), ha ispirato l’antidoto  alla durezza della vita a Palermo: suggerendo, a qualche anonima massaia, le panelle fritte e rifritte nello stesso olio (talvolta tramandato da nonna a nipote). Insomma, per parafrasare il brano di un romanzo di Dacia Maraini, rimane  valida la risposta di un’anziana zia alla domanda della nipotina: “Vuoi sapere che cos’è l’inferno? Immagina una Palermo senza panini e panelle!”.
 
Se le panelle costituiscono la risposta al problema antropologico (che senso ha la vita umana?) e al problema sociologico (come è possibile sopravvivere al girone palermitano ?) , si spiega non solo l’onnipresenza dei baracchini delle friggitorie, ma anche la cura pedagogica con cui intere generazioni di genitori insegnano ai propri piccoli il culto delle panelle. Lo attesta un episodio – al limite fra la cronaca e la leggenda – che ormai fa parte dell’immaginario collettivo palermitano. Alle dieci del mattino una coppia di giovani sposi si precipita all’Ospedale dei bambini con un neonato di quattro mesi fra le braccia. Supplicano il medico di turno di aiutare il figlioletto, preda di crampi allo stomaco. Ovviamente il sanitario inizia col chiedere quale sia stato l’ultimo alimento assunto dal piccolo. Alla risposta agghiacciante (“Gli abbiamo dato uno scioppettino di birra”), il medico non può fare a meno di osservare: “Siete pazzi? Una bottiglietta di birra a un neonato di quattro mesi?”. Ma il genitore, palermitano ‘doc’,  non si scompone e, a sua volta, ribatte: “Ma, dopo il panino con le panelle, gli potevamo dare il latte?”.

*Docente, scrittore e consulente filosofico

ph. Lucio Forte