In Francia potrebbe nascere una nuova bottiglia: la scommessa della Camargue. Non più solo Borgognotta o Bordeaux, Jura o Alsazia: al Domaine Royal de Jarras ho incontrato Julien Fort, nuovo presidente dei Vins Sable de Camargue, che immagina una bottiglia identitaria per la denominazione e una visione in cui vino, acqua, biodiversità e paesaggio formano un unico ecosistema.
Jarras, dove la vite cresce contro ogni logica
Arrivare al Domaine Royal de Jarras significa attraversare uno dei paesaggi più sorprendenti del vigneto europeo, un luogo in cui la geografia sembra contraddire continuamente le regole della viticoltura e in cui la vite prospera laddove, almeno in teoria, non dovrebbe nemmeno riuscire a sopravvivere.
La strada che conduce alla tenuta attraversa stagni salati, canali, saline e distese sabbiose che si estendono fino all’orizzonte, mentre gruppi di fenicotteri rosa si stagliano contro il cielo luminoso della Camargue e i cavalli bianchi pascolano poco lontano dai filari. A una prima osservazione tutto sembra suggerire un trionfo della natura, quasi un paesaggio rimasto intatto nel corso dei secoli, ma basta fermarsi qualche minuto per capire che la realtà è molto diversa.
La Camargue è infatti uno dei più straordinari paesaggi costruiti dall’uomo presenti oggi in Europa occidentale. Canali, roubines, sistemi di drenaggio, argini e opere idrauliche hanno progressivamente modellato il territorio per permettere la convivenza tra risaie, allevamenti, saline e vigneti. Senza questo lavoro costante e silenzioso, svolto per generazioni, gran parte della Camargue che conosciamo oggi semplicemente non esisterebbe.
La stessa viticoltura locale rappresenta un piccolo miracolo agronomico. A Jarras il terreno è composto per circa il novantotto per cento da sabbia e soltanto per il restante due per cento da argilla e limo. È proprio questo dato a raccontare meglio di qualsiasi altro la singolarità del luogo. La sabbia protegge le viti dalla fillossera e rende possibile la presenza di vigne a piede franco, ma da sola non sarebbe sufficiente a sostenere la vita della pianta. È quel minuscolo due per cento di argilla e limo a trattenere l’acqua necessaria alle radici, consentendo alla vite di sopravvivere in un ambiente che, osservato superficialmente, sembrerebbe del tutto ostile alla coltivazione.
Camminando tra i filari si ha quasi la sensazione di trovarsi tra dune costiere piuttosto che all’interno di un vigneto. La luce rimbalza sulla sabbia chiara, il vento porta con sé profumi di sale e vegetazione marina e l’orizzonte sembra appartenere più al Mediterraneo che alla Francia del vino.
Un’immagine delle bottiglie
Julien Fort e la volontà di costruire un’identità
È in questo contesto che incontro Julien Fort, nuovo presidente del Syndicat des Vins Sable de Camargue, eletto a soli ventinove anni alla guida di una delle denominazioni più giovani e più particolari del panorama francese.
L’impressione che emerge rapidamente dalla conversazione è quella di una figura che ragiona meno come un semplice amministratore e più come un interprete del territorio. Fort parla continuamente di ecosistema, di equilibrio tra le diverse attività agricole e di futuro della Camargue nel suo insieme. Le sue riflessioni non si limitano alla vite o al vino, ma coinvolgono l’acqua, la biodiversità, le risaie, gli allevatori e tutti gli elementi che contribuiscono a mantenere vivo questo territorio fragile.
“Tout est durable si tout le monde est durable”, ripete più volte durante il nostro incontro.
La frase potrebbe sembrare uno slogan, ma osservando il paesaggio che circonda Jarras acquista immediatamente un significato concreto. In Camargue nulla esiste in maniera isolata. Se cambia l’equilibrio dell’acqua, cambiano le risaie. Se cambiano le risaie, cambia l’ecosistema. Se cambia l’ecosistema, cambiano anche le condizioni che permettono alla vite di esistere.
È all’interno di questa visione complessiva che Fort sviluppa il suo programma per il futuro della denominazione.
Una bottiglia per raccontare la Camargue
Tra tutte le idee presentate dal nuovo presidente, una emerge immediatamente per originalità e ambizione.
Fort vorrebbe creare una bottiglia sindacale ispirata alla forma stessa della Camargue e destinata a essere utilizzata dai produttori della denominazione. Il progetto è ancora in fase di riflessione, ma l’obiettivo sarebbe quello di creare un contenitore immediatamente riconoscibile, capace di evocare il territorio ancora prima della lettura dell’etichetta. L’idea potrebbe apparire marginale soltanto a chi sottovaluta il ruolo che il vetro ha avuto nella costruzione dell’identità delle grandi regioni viticole europee. In realtà la storia del vino dimostra esattamente il contrario.
L’Alsazia è riconoscibile attraverso la sua flûte slanciata ancora prima che il consumatore legga il nome del produttore. Lo Champagne ha costruito parte della propria immagine mondiale anche attraverso la forma della bottiglia champenoise. In Franconia il Bocksbeutel è diventato uno dei simboli territoriali più forti dell’intero vigneto tedesco.
La Camargue possiede oggi un patrimonio paesaggistico straordinario, una biodiversità unica, una storia viticola originale e un’identità facilmente riconoscibile attraverso i suoi simboli più celebri. Eppure, sugli scaffali internazionali, i suoi vini continuano spesso a essere percepiti come semplici rosati del Sud della Francia. La proposta di Fort mira proprio a colmare questa distanza.
L’obiettivo non consiste nell’uniformare la produzione o nel limitare la libertà dei singoli produttori, ma nel creare un elemento visivo comune capace di raccontare immediatamente l’origine geografica dei vini. Una bottiglia ispirata alla Camargue potrebbe diventare il primo ambasciatore della denominazione, un segno distintivo capace di evocare il territorio prima ancora dell’apertura della bottiglia stessa.
In un’epoca in cui molte regioni viticole cercano disperatamente di differenziarsi attraverso slogan e campagne pubblicitarie, l’idea di Fort appare quasi controcorrente. Invece di inventare una nuova narrazione, propone di dare una forma concreta a una storia che esiste già.
Uno dei vigneti
Due vini per comprendere la sabbia
La degustazione permette di comprendere meglio ciò che rende unico questo territorio. Il primo vino versato nel bicchiere è il Pink Flamingo 2015, una bottiglia che dimostra come i rosati della Camargue possano possedere una capacità evolutiva molto superiore a quanto generalmente si immagini.
Il colore ha progressivamente abbandonato le tonalità più vivaci della gioventù per assumere sfumature che ricordano il rame chiaro, la pesca matura e la luce delle saline al tramonto. Al naso emergono scorza di agrumi canditi, piccoli frutti rossi, erbe mediterranee e leggere note iodate che raccontano immediatamente la vicinanza del mare.
La cosa più sorprendente resta tuttavia la bocca. Dopo oltre dieci anni il vino conserva una tensione notevole, sostenuta da una freschezza che impedisce qualsiasi sensazione di pesantezza. Non cerca la concentrazione, non punta sulla struttura, ma costruisce il proprio equilibrio attraverso la precisione e la continuità del sorso.
Successivamente degustiamo il Domaine Royal de Jarras Gris de Gris 2025, probabilmente una delle espressioni più rappresentative della denominazione.
Il colore è quasi irreale per delicatezza e luminosità, mentre il profilo aromatico alterna pesca bianca, pompelmo rosa, litchi e piccoli frutti rossi. La vera firma del vino emerge però nel finale, dove una marcata sensazione salina accompagna la chiusura e richiama direttamente il paesaggio che circonda il vigneto.È difficile non vedere in questo vino una sintesi della Camargue stessa.
La leggerezza della sabbia, la presenza costante dell’acqua, l’influenza marina e la luminosità del territorio sembrano ritrovarsi all’interno del bicchiere con una coerenza rara.
Il futuro della Camargue passa dall’ecosistema
La bottiglia rappresenta certamente il progetto più spettacolare e immediatamente comprensibile del programma di Julien Fort, ma non è l’unico.
Il nuovo presidente sostiene anche l’integrazione dei vini bianchi all’interno dell’Aop, una scelta che permetterebbe alla denominazione di ampliare la propria offerta e di valorizzare ulteriormente il potenziale dei terreni sabbiosi.
Un secondo tema riguarda la tutela delle vigne a piede franco. A Jarras ne sopravvivono circa quaranta ettari su milleduecento complessivi, una superficie ridotta ma di enorme valore storico e genetico. In un continente quasi interamente ricostruito dopo la crisi fillosserica, queste vigne rappresentano una testimonianza vivente di ciò che era la viticoltura europea prima della fine del XIX secolo.
Infine emerge il tema che sembra stare maggiormente a cuore a Fort: la protezione dell’intero ecosistema camarguese e la prospettiva di una futura candidatura Unesco.
Anche in questo caso la riflessione va oltre il vino. La Camargue non è soltanto un territorio agricolo e nemmeno soltanto una riserva naturale. È il risultato di secoli di interazioni tra uomo e ambiente, tra gestione delle acque e attività produttive, tra natura e cultura.
Osservando i filari sabbiosi di Jarras, i canali che attraversano il territorio e i fenicotteri che si muovono nelle lagune, si comprende come la sopravvivenza di questo vigneto dipenda da un equilibrio infinitamente più complesso di quanto possa sembrare.
Forse è proprio qui che si trova la vera intuizione di Julien Fort. La bottiglia, i vini bianchi, le vigne a piede franco e persino il progetto Unesco non sono iniziative separate. Sono parti diverse di una stessa visione, che considera il vino non come un prodotto isolato ma come l’espressione di un ecosistema che deve continuare a vivere per poter continuare a raccontarsi.
Naturalmente una bottiglia non crea da sola una reputazione. La storia del vino europeo dimostra però che i grandi territori hanno spesso saputo trasformare elementi apparentemente secondari, una forma, un’etichetta, un simbolo, in strumenti di riconoscibilità collettiva. La sfida della Camargue sarà capire se esiste oggi la massa critica necessaria per compiere lo stesso percorso.