Nel tempo dell’incertezza globale, può il vino — simbolo per eccellenza di cultura, territorio e identità — continuare a offrire un messaggio chiaro, oppure sta smarrendo proprio quella chiarezza che lo rende riconoscibile?
Non è solo una questione di mercato o di gusti che cambiano, ma di percezione. Il consumatore contemporaneo, investito da una sequenza continua di segnali contraddittori — il vino fa male, il cambiamento climatico incombe, i prezzi crescono — si ritrova disorientato, incapace di scegliere. E quando viene meno la possibilità di scelta, si incrina anche il piacere. Come già intuiva Zygmunt Bauman, nella “modernità liquida” l’incertezza diventa condizione permanente, e anche i gesti quotidiani perdono ancoraggi.
È questa la riflessione proposta da Graziana Grassini, enologa italiana di riferimento, formatasi accanto a Giacomo Tachis e legata a una visione rigorosa e territoriale del vino. Tra le sue collaborazioni figurano Baglio di Pianetto, Giusti Wine, Ca’ di Ferra, Di Sipio, Fattoria di Magliano, Casanova di Neri, Spolert e Tenuta San Guido.
Il nodo, sostiene, non è inseguire presunte nuove tendenze, ma restituire solidità. «Non si cambia per moda, ma per necessità». Oggi, però, quella necessità sembra smarrita: il consumatore non è sicuro, fatica a decidere. E il vino — che dovrebbe essere un linguaggio limpido — rischia di trasformarsi in un racconto confuso.
La risposta non può che partire dalla produzione: scelte più nette, identità più riconoscibili, vini capaci di parlare senza ambiguità. In un mondo complesso, ciò che si cerca non è l’eccesso, ma una semplicità autentica, che non rinunci alla profondità.
Si delinea così un ritorno ai rossi, ma con un volto nuovo: più leggeri, più eleganti, meno segnati da concentrazione e legno invasivo. Vini “verticali”, capaci di accompagnare senza sovrastare. Accanto, rosati dal colore deciso, vivi, energetici, lontani da ogni esitazione cromatica.
Il vino, in fondo, resta un atto culturale e un gesto di fiducia. Nel calice — suggerisce Grassini — non si legge l’incertezza del presente, ma si intravede una direzione. Una luce, anche minima, capace di orientare. Perché oggi il vino italiano ha bisogno di tornare a essere ciò che promette: una certezza.