Chissà quanti, prima di roteare un calice di vino, partono dall’unica, e anche granitica, conoscenza che il vino è il “prodotto dalla fermentazione alcolica di mosti ricavati da uve fresche”.
Una definizione che non è mai cambiata nei millenni, perché mai ha avuto la necessità di farlo, visto che il vino si è sempre fatto, e continua ad essere fatto, così.
A cambiare, però, siamo stati noi, la percezione che gli abbiamo dato e anche il valore che gli abbiamo attribuito, così che d’un tratto abbiamo smesso di pensare, e valutare, il vino per quello che è.
D’un tratto, che nella mia percezione temporale corrisponde dal covid in poi, quel prodotto che è sempre stato uno e bevuto da tutti, ha iniziato ad assumere forme pirandelliane, a tratti grottesche, connotato da molteplici declinazioni, tutte ad eccezione di una, la sua.
Così senza neppure renderci conto, a furia di volerlo spogliare di “ogni suo ogni”, pur di definirlo ad ogni costo naturale, quando di fatto lo è sempre già stato, da prodotto agricolo, consumato da tutti nel quotidiano, è diventato un prodotto d’élite, e per giunta connotato da una sovra strutturata altezzosità quando si parla di lui così da renderlo anche incomprensibile.
Bere vino era un atto di cultura condiviso in famiglia. Magari non si parlava di lui, eppure quella bottiglia silente, posizionata al centro della tavola, era capace di raccontare un’agricoltura, una storia passata e presente, una terra.
Oggi, per quanto gridiamo, quella bottiglia non assolve più a questo suo incredibile ruolo. Diventata protagonista, non più della tavola domenicale, ma dei banchi degustazione, degli articoli di giornale, delle critiche al mondo cosiddetto “convenzionale”, è diventata così tante cose, che ha smesso di essere, però, vino.
Ecco perché, allora, mi domando: ma cosa si pensa quando si rotea un calice oggi?
La sensibilità di volerlo realmente comprendere sembra perduta, soggiogata da un più fascinoso e affascinante, quanto però incomprensibile, parlato che racchiude tutta la sua essenza nel senza aggiunta di questo, di quello, etc., nei continui battonage o nella sosta sui lieviti, etc.
Mi riferisco ad aggettivi e connotazioni che risultano del tutto superflue e ben lontane dalla qualità del vino.
Quando e perché abbiamo deciso che da una fermentazione in acciaio, piuttosto che da un affinamento in anfora, o in legno, o in cemento, etc., si potesse far dipendere la reale essenza della sua qualità?
Quella roteazione dovrebbe essere, ben lontana dalla strada della cantina, consentendo a chi lo produce, ma anche a chi lo distribuisce e a chi ne scrive per arrivare a chi lo consuma, solo di acciuffare da quel liquido odoroso il suo tempo e le piante dalle quali è stato ottenuto.
È sulla strada che conduce alla vigna, infatti, che quella roteazione, da sola, senza neppure troppe sofisticazioni letterarie, è in grado di raccontare il bello, rispondendo a domande ben diverse da quelle che oggi ci poniamo, raccontandoci la vocazione della sua terra finanche ad arrivare, attraverso i suoi profumi, a riconoscere il suo vitigno.
E invece no, ci ostiniamo a chiedere se abbia fatto la malolattica o se ci sia stato un passaggio in barrique nuove o di secondo o terzo passaggio e nel migliore dei casi ci compiacciamo se abbiamo acciuffato un difetto del vino, come nel peggiore arriviamo, poi, anche a giustificarlo.
La linea tra l’errore tecnico e la qualità del vino è diventata sottile tanto quanto quella tra genio e follia. Come può tutto ciò non essere considerato esso stesso la strada per l’omologazione del vino?
Se smettiamo di allenare i nostri palati alla ricerca del vero, se smettiamo di percorrere la strada della vigna, cosa condividiamo di quella bottiglia di vino? Sappiamo ancora da dove viene e, soprattutto perché viene da lì?
Per ragionare sul futuro del vino bisognerebbe ritornare ad immergersi nelle sue origini. Partendo dalle cose semplici. Partendo dal chiederci cosa è davvero il vino.
Rieducandoci, per noi adulti, e educando per le nuove generazioni, a parlare di terra, di vocazionalità, di adattamento della pianta e di pratiche sane in vigna. Lasciamo ad altri, ai tecnici, il compito di spiegare le sue fermentazioni, perché la qualità non parte, e non può partire, da un dopo vendemmia.
Avvicinarsi a quella strada è avvicinarsi alla conoscenza reale, al valore del vino, che è anzitutto sociale, espressione storica di un luogo, con quella roteazione che deve ritornare a parlare della vita culturale di un territorio. Perché il vino non può essere interpretato come un punto di arrivo, ma come l’espressione di una continuità biologica tra la vigna ed il calice. Ciò che accade in cantina non è altro che la trasformazione di un equilibrio che nasce altrove ed e li che bisogna ritornare, dove tutto inizia.
Sono queste le uniche storie che dovrebbe raccontare quella roteazione, e non story telling idilliaci costantemente propinati davanti a un banchetto in una fiera o in un articolo di giornale. Il vino dell’Irpinia, il vino dell’Etna, il vino della Valtellina, il vino della Toscana, del Piemonte, del Veneto e così dicendo, e non il vino convenzionale, il vino naturale, il vino biologico, etc. Esiste il vino ed esiste il suo territorio e tanto basta per costruire il suo futuro.