Il tuo primo ricordo legato al vino?
“Io, all’eta di tre o quattro anni, a casa dai nonni durante la vendemmia. Loro avevano un vigneto in Langa. C’era confusione, un sacco di gente, per me erano giorni di festa e mia mamma racconta che dicevo che da grande avrei voluto fare il vino. È accaduto”.
Andrea Delpiano nella vigna
Andrea Delpiano, 38 anni, cresciuto tra le colline delle Langhe, è enologo e strettissimo collaboratore di Davide Rosso, uno dei più affermati vignaioli di Barolo, patron dell’azienda Giovanni Rosso a Serralunga d’Alba. Una cantina, per farla semplice, icona del buon bere in modo assoluto. Il percorso formativo e professionale di Delpiano affonda le proprie radici in un territorio unico. Nato ad Alba e cresciuto in Alta Langa, più precisamente a Cortemilia, un piccolo paese più famoso per le nocciole che per il vino – anche se “io sono cresciuto a Dolcetto e ne vado orgoglioso”, ammette con ironia – dopo aver frequentato la scuola enologica ad Alba, arriva l’esperienza in Fratelli Martini, uno dei più grandi imbottigliatori d’Italia, fino all’incontro con Davide Rosso nella primavera del 2013 che cambia la sua vita. Quest’anno ha ricevuto per la Guida dell’Espresso uno dei riconoscimenti speciali come Enologo dell’Anno per la guida 2026, di cui il curatore principale è Luca Gardini.
Una passione per il vino che ti accompagna anche da adolescente, giusto?
“A 14 anni, quando devi scegliere la scuola, non hai le idee chiarissime. Io però non ho avuto dubbi: mi sono iscritto direttamente alla Enologica di Alba. Dopo ho iniziato a lavorare perché volevo essere il più indipendente possibile. Nel frattempo mi sono iscritto all’Università di Torino. Non ho seguito i tempi canonici, ci ho messo qualche anno in più perché lavoravo, ma alla fine mi sono laureato nel 2014 in Viticoltura ed Enologia”.
Quando hai incontrato Davide Rosso?
“Nel 2013, una sera di maggio, in un ristorante di cucina giapponese. Una situazione abbastanza singolare: Davide Rosso in un ristorante giapponese ci va solo se è molto innamorato, e infatti era con una ragazza. Io ero a un tavolo vicino e invece stavo parlando di vino con un’amica che non ne sapeva nulla, era completamente profana. Ed io per cercare di fare colpo su di lei stavo sciorinando tutto il mio sapere enologico. A un certo punto Davide mi tocca la spalla e inizia a farmi domande molto mirate. Evidentemente mi aveva ascoltato. Alla fine gli ho chiesto se stesse cercando un enologo. Mi ha dato il biglietto da visita dicendomi: “Chiamami che a gennaio lavoriamo insieme”. A gennaio 2014 abbiamo iniziato, è stato di parola. Non abbiamo più smesso. Se ci penso…tutto è nato per caso da una serie di combinazioni fortunate”.
Che tipo di esperienza avevi prima di arrivare lì?
“Venivo da una cantina molto più grande, Fratelli Martini – Sant’Orsola. Con loro ho iniziato dal laboratorio chimico e microbiologico, poi ho seguito le vendemmie e parte degli invecchiamenti. Ho avuto l’opportunità di crescere nel mondo del vino anche in una realtà industriale, molto rigorosa e schematica, e mi ha dato una base molto solida. Una preparazione che Davide ha apprezzato molto”.
Questo approccio è servito anche nel lavoro con Davide Rosso?
“Sì, ed è una delle cose che a Davide sono piaciute di più: portare una mentalità industriale, rigorosa, in una realtà più piccola e romantica, senza perdere precisione e serietà”.
Qual è la tua idea di Barolo oggi?
“La mia idea di Barolo probabilmente è la più bella espressione del Nebbiolo. Negli anni ha avuto diverse evoluzioni, a partire dall’espressione più tradizionale, passando da uno stile più fine e leggero a uno vino molto più concentrato e complesso negli anni ’90. Ora, sta tornando in una versione sempre più delicata, elegante e fine”.
E come immagini il Barolo del futuro?
“Secondo me sarà un vino un po’ più giovane: meno legno, invecchiamenti più brevi, più frutto ed eleganza e quindi per me più piacevolezza. Non deve essere una bottiglia da aprire solo nelle occasioni speciali dopo trent’anni ma un vino sempre più accessibile. Non devi aspettare. Aprire una bottiglia di Barolo deve essere già una occasione di festa”.
I cambiamenti climatici ti spaventano?
“Ci sono, li vediamo, ma finora per noi non sono stati solo negativi. Le uve maturano meglio. L’agronomia nel frattempo ha fatto passi da gigante, quindi ci sono una serie di tecniche che possiamo adottare per arrivare ad avere un equilibrio. Al momento non sono così spaventato da questo caldo d’estate, mi preoccupa più la mancanza di freddo in inverno. Il cambiamento climatico non ha fatto del male, anzi. Nel 2021, 2023 e nel 2025 abbiamo avuto delle annate splendide nonostante un caldo che probabilmente negli anni ’70 e ’80 non c’è mai stato”.
Lavori in un’azienda simbolo: come vivi questa responsabilità?
“Certamente è una responsabilità che sento, ma comunque ogni decisione viene sempre condivisa. Non sono da solo, ci confrontiamo con l’agronomo e con il team, per arrivare a una soluzione condivisa. Finché sei sotto il cielo non sei mai tranquillo: basta un temporale e cambia tutto. Comunque non è mai una decisione completamente mia ma ragionata, e l’ultima parola spetta sempre a Davide”.
Il calo generalizzato dei consumi che colpisce soprattutto i rossi ti preoccupa?
“Sì, ma soprattutto mi spaventa questa idea di demonizzare in generale l’alcol. D’altra parte, c’è l’idea che i giovani non bevono più vino rispetto alle generazioni precedenti. In realtà, non bevono più come faceva mio padre o mio nonno, è tramontata l’idea che ad ogni pasto non possa mancare una bottiglia sul tavolo. Però noto ragazzi più giovani di me che iniziano ad avvicinarsi a questo mondo con curiosità e interesse. L’alcol fa indubbiamente parte del vino, ma l’ubriachezza è un danno collaterale, non è quello che ricerchiamo. Sono dell’idea che se non c’è alcol non è vino, altrimenti beviamo dell’acqua”.
C’è un vitigno fuori dal tuo territorio che ti affascina?
“Sicuramenteil Pinot Nero è irresistibile. È probabilmente l’uva più capricciosa e inafferrabile che esista, ma il risultato può essere incredibile. Un po’ come quello che sto cercando di fare con il Nerello Mascalese, un’altra uva che rappresenta, sotto tanti aspetti, una sfida”.
A questo proposito, parlaci del tuo approccio sull’Etna.
“Seguo il progetto dal 2016 quando con Davide Rosso ha deciso di scommettere sull’Etna comprando un vigneto. Adesso abbiamo anche una nuova cantina. Abbiamo così iniziato questa avventura sull’Etna e ci sono stato già oltre un centinaio di volte. Il Nerello Mascalese richiede un approccio leggermente diverso dal Nebbiolo.Tante cose sono in comune ma alcuni aspetti sono diversi: con il Nerello, ad esempio, le estrazioni e le macerazioni sono più brevi, anche per via dei tannini più verdi e vegetali”.
Però sull’Etna anche i bianchi rivestono una parte importante su cui vi state cimentando.
“Non dovrei dirlo – ammette – ma per me l’Etna è bianco. Sono innamorato dei bianchi. Un bianco come quello ottenuto a Pietramarina (una contrada nel comune di Castiglione di Sicilia, sul versante nord del vulcano ndr) a partire dall’anno scorso è stata una sorpresa enorme, oltre le aspettative. Portare l’Etna Bianco di Contrada Pietramarina Ester Canale Rosso allo stesso livello di ambizione del Barolo Vigna Rionda è un riconoscimento importante che contribuisce a dare valore al progetto”.
Sei stato recentemente in Georgia: perché?
“Sì, sono stato a Tbilisi dove quest’anno c’è stato un simposio della Grand Jury de Vins, due giorni dedicati ai vini italiani. Doveva andare Davide, sono andato io al suo posto: è stato un grande onore. Ci sono state diverse degustazioni, tra cui grandi verticali di Sassicaia, Solaia, Guado al Tasso e…il Barolo di Giovanni Rosso”.
E come hai spiegato il Barolo a un pubblico internazionale?
“L’enologo non deve stare solo in cantina, ma deve viaggiare, conoscere il mondo. Mi è già capitato in altre occasioni di spiegare dei vini a una platea diversa, dagli Stati Uniti alla Norvegia. In questo caso ho semplicemente ricordato il vino ricorrendo all’espressione del terroir di Rionda: profondo, elegante e fine. Parole che capiscono in tutte le lingue”.