Enoturismo come motore di sviluppo economico? Certamente, ma come inserire la propria azienda vitivinicola in questo settore facendosi trovare preparati, prima di essere costretti a improvvisare, con il rischio di farsi travolgere dall’enoturista (che, spoiler, senza un’offerta coerente e ragionata opterà per altre destinazioni)? È Donatella Cinelli Colombini, autrice per Agra, insieme a Dario Stefano, del volume “Vino & Turismo. Teoria e pratica dell’enoturismo in cantina”, a svelare quali sono gli aspetti fondamentali che un viticoltore, un produttore, un operatore dovrebbe considerare per mettersi al passo e arrivare a una proposta ben strutturata.
L’imprenditrice del vino (Casato Prime Donne con il Brunello di Montalcino e Fattoria del Colle con Chianti e Orcia doc) ha portato avanti iniziative fondamentali per l’enoturismo, come Cantine Aperte e il Movimento Turismo del Vino, associazione presieduta da Violante Gardini Cinelli Colombini, e al primo punto di questa analisi mette… proprio quello che non si può cambiare (ma, in un Paese e in un settore che spesso può permettersi di investire solo su asset che già ha, può essere stato il risultato di una lungimiranza di nonni e bisnonni).
La posizione, quindi. “Molto dipende da dove ci si trova. In alcune regioni il turismo del vino è più sviluppato: in Toscana e in Piemonte lo è al 25%, segue la Sicilia (20%) e, al terzo posto, Veneto e Lombardia (15%). Qui l’apporto del turismo sul business è maggiore”, spiega Cinelli Colombini. Ci sono località più o meno fortunate: non potendo spostare le proprie vigne, bisognerà ricorrere a un maggior lavoro di promozione della propria attività. Ritagliarsi un proprio spazio non è facile ma neanche impossibile, purché si sia autentici (vedi sotto).
Collegata è la distanza dai flussi turistici, che vede una situazione diversa in tutta Italia. La Toscana in questo è decisamente avvantaggiata. “I flussi però non devono necessariamente essere enoturistici: è sufficiente la presenza di un turismo tradizionale” da richiamare e attrarre. Dai dati si riscontrano zone più o meno forti, a diversa velocità, nelle stesse regioni: “Tra il 2019 e il 2024 la crescita nella zona del Barolo è del 17% mentre nell’intero Piemonte del 3,4%. In Sicilia c’è una situazione più equilibrata: l’Etna registra il 17,4% mentre tutta la Sicilia il 12,4%, quindi si sta sviluppando meglio, in maniera più uniforme e non a macchia di leopardo; la Toscana cresce del 6,7%”. Cosa potrà quindi fare un produttore per intercettare quei turisti vicini e lontani, pochi o tanti che siano?
Ça va sans dire, non bisogna sottovalutare i requisiti minimi pratici, di ordine e pulizia: parcheggio, sala di accoglienza che spesso è anche la sala degustazione (fasi – e luoghi – molto importanti), punto vendita, servizi igienici e un percorso di visita ben progettato. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante: il vino segue un proprio percorso produttivo, il turista un altro e ciò rende necessari spazi dedicati e accessi separati.
Una connotazione di forte peculiarità è vincente e va evidenziata. Strutture particolari come, ad esempio, una cantina con vista su rovine archeologiche o con un museo o una collezione d’arte potrebbero persino essere fuori scala ma “non bisogna necessariamente cercare elementi di tale portata: una particolarità su cui lavorare è, per esempio, anche un vitigno autoctono. Se poi si creano abbinamenti con la gastronomia tipica, che in Italia è spesso neanche su base regionale ma locale, allora ci sono maggiori probabilità di riuscita”, per costruire un racconto del territorio nel quale incastonare le proprie attività e produzione. Inoltre si può lavorare sull’esperienza originaria del vino intesa come uscita, cantina e assaggio, ideando non solo ristorazione ma “organizzando eventi coinvolgenti. Sotto questo punto di vista l’Italia meridionale è imbattibile: sono loro i più festaioli e friendly”.
Altro elemento che conquista è l’accoglienza da parte dei titolari stessi: i turisti apprezzano molto questo gesto di attenzione e che fa parte dell’autenticità che ogni visitatore cerca in qualunque viaggio o esperienza. Chi sceglie una destinazione enoturistica cerca infatti tradizioni, radici e il contatto con una realtà autentica diversa da quella urbana. Non stupisce che le iniziative di maggior successo siano spesso quelle che prevedono momenti di socialità immersi nella natura, nel rispetto dell’ambiente e delle persone che vivono e lavorano nel territorio.
Lavorare sulla propria identità è fondamentale ma va coadiuvato dalla tecnologia: “Il titolare deve far emergere ciò che rende unica la propria realtà, valorizzando gli elementi di attrattività turistica e garantendo al tempo stesso un’accessibilità non solo reale ma anche percepita”. In questo senso la componente digitale è decisiva, dalla corretta georeferenziazione della struttura alla commercializzazione delle esperienze attraverso le piattaforme online fino all’adozione di sistemi informatici capaci di gestire prenotazioni, che spesso arrivano negli ultimi sette giorni, se non il giorno precedente”. Channel manager e software dedicati alla gestione dei flussi turistici sono ormai strumenti indispensabili. Non va trascurato poi il follow-up: se svolto bene, trasforma un visitatore occasionale in un cliente abituale.
La formazione gioca un ruolo fondamentale, da titolare a personale. Sottolinea l’imprenditrice come l’enoturismo venga considerato un’attività umanistica quando invece richiede competenze tecniche specifiche. Non ci si può improvvisare operatori e soprattutto va cambiata prospettiva: “tradizionalmente, prima si produce il vino e poi si vende, ma in questo contesto è il contrario. L’offerta enoturistica va studiata prima della vendita e va costruita sulle proprie tradizioni, specialmente quando queste sono forti”.
Bisogna pertanto avere il coraggio di essere se stessi. “Quello agricolo è un mondo analogico, dove si impara per imitazione: non tende all’apprendimento astratto”, osserva. Ma in questo caso bisogna evitare di imitare il vicino e non vergognarsi della propria ruralità, tendendo a diventare quello che non si è. Per esempio, non è detto che sia una mossa giusta incaricare un professionista di progettare una sala degustazione di design: se non rispecchia l’identità del posto non funzionerà.