Non solo qvevri e vini ancestrali. La Georgia si affaccia anche nel mondo delle bollicine e sceglie l’Italia per raccontare questa nuova pagina della propria enologia. È accaduto durante l’ultima edizione di Abruzzo in Bolla, la manifestazione dell’Aquila dedicata alla spumantizzazione italiana, che ha ospitato una masterclass destinata a segnare un piccolo primato: per la prima volta due spumanti georgiani sono stati presentati al pubblico italiano nell’ambito di un evento interamente dedicato alle bollicine.
A guidare il percorso è stata Tamar Tchitchiboshvili, Georgian Wine Ambassador in Italy, che ha accompagnato operatori e appassionati in un viaggio attraverso una cultura vitivinicola considerata tra le più antiche del mondo, capace oggi di coniugare una tradizione millenaria con una produzione sempre più orientata anche ai vini spumanti.
Prima della degustazione, il racconto si è concentrato sulle origini della viticoltura georgiana. Le più recenti scoperte archeologiche collocano infatti nel Caucaso alcune delle più antiche testimonianze della produzione del vino, una storia che continua ancora oggi grazie all’utilizzo dei qvevri, le grandi anfore di terracotta interrate riconosciute dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale.
“Per noi il vino è parte integrante dell’identità nazionale – ha spiegato Tamar Tchitchiboshvili -. La Georgia custodisce oltre cinquecento vitigni autoctoni e continua a utilizzare tecniche di vinificazione tramandate nei secoli. Ogni qvevri racconta una storia e rappresenta un legame profondo con il territorio”.
Durante l’incontro è stato approfondito anche uno degli aspetti più caratteristici della vinificazione georgiana: la naturale stratificazione del vino all’interno dei qvevri. Nella parte superiore si sviluppano vini più delicati, al centro si trova generalmente la porzione ritenuta più equilibrata, mentre sul fondo si concentrano fecce e parti solide che danno origine a vini più strutturati, storicamente destinati al consumo familiare.
Ampio spazio è stato dedicato anche ai cosiddetti orange wine, che in Georgia vengono semplicemente considerati vini bianchi tradizionali ottenuti attraverso una lunga macerazione sulle bucce, pratica che conferisce struttura, tannino e una notevole complessità aromatica.
Le nuove bollicine georgiane
La degustazione si è aperta con il Metodo Classico prodotto dalla cantina Askaneli, una delle aziende più rappresentative del Paese. Il vino ha mostrato un perlage fine e persistente, accompagnato da profumi di crosta di pane, mela matura, agrumi e leggere note di nocciola. L’affinamento sui lieviti regala profondità, mentre al palato emergono freschezza, equilibrio e una buona tensione acida, in uno stile che richiama la tradizione europea pur mantenendo una precisa identità georgiana.
A seguire è stato proposto il Metodo Martinotti della cantina Vakevisa, caratterizzato da un profilo più immediato e fragrante. Al naso spiccano fiori bianchi, pera, pesca e lievi richiami tropicali; il sorso è morbido, fresco e di piacevole sapidità. Due interpretazioni differenti che testimoniano la volontà della Georgia di ritagliarsi uno spazio anche nel panorama internazionale degli sparkling wine.
Dai vini ambrati ai grandi rossi
Il percorso è poi entrato nel cuore della tradizione georgiana con il Rkatsiteli 2021 della cantina Gvinia, vinificato in qvevri e successivamente affinato in legno. Il vino si distingue per profumi di albicocca disidratata, datteri, miele di castagno, noce, scorza d’arancia candita e spezie, mentre il palato offre struttura, profondità e una trama tannica insolita per un bianco. La produzione si limita a circa 1.800 bottiglie all’anno.
Molto apprezzato anche il Mtsvane 2024 della cantina Marbano, ottenuto con circa sei mesi di macerazione nei qvevri secondo la tradizione della Kakheti. Il vino evolve nel bicchiere passando da note di miele, albicocca e agrumi a sfumature vegetali, balsamiche e speziate, esprimendo pienamente le caratteristiche del territorio orientale georgiano.
La parte finale della degustazione è stata dedicata ai rossi. Il Saperavi 2020 della cantina Villa Mosavali, proveniente dalla regione di Racha e affinato esclusivamente in qvevri, ha mostrato intensi aromi di mora, ribes nero, pepe, liquirizia ed erbe officinali, sostenuti da tannini eleganti e da una notevole prospettiva evolutiva.
Ha chiuso la masterclass il Blend di Rossi 2017 della cantina Dekanozishvili, una produzione di appena 300 bottiglie nata dall’incontro tra tradizione georgiana e ispirazione italiana. Le uve vengono parzialmente appassite prima dell’affinamento in legno, dando vita a un vino complesso, con sentori di amarena sotto spirito, prugna essiccata, cacao, tabacco dolce, cuoio e spezie orientali.
Più che una semplice degustazione, quella proposta ad Abruzzo in Bolla si è rivelata un viaggio attraverso una cultura enologica che continua a evolversi senza rinunciare alle proprie radici. Se i vini in qvevri rappresentano ancora il simbolo della Georgia, il debutto italiano delle sue prime bollicine dimostra come il Paese stia esplorando nuove strade produttive, mantenendo al centro autenticità, territorio e una tradizione che affonda le proprie origini in migliaia di anni di storia.