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Vino e dintorni

Il mio vino è Nessuno. Come Omero racconta la civiltà nel calice

25 Luglio 2026
Ulisse nella grotta di Polifemo, di Jakob Jordaens Ulisse nella grotta di Polifemo, di Jakob Jordaens

Il nostro collaboratore Francesco Piccat fa una riflessione sull’Odissea anche alla luce del film di Christopher Nolan, in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane. Un’occasione per rileggere il capolavoro di Omero attraverso il ruolo simbolico del vino e della cultura mediterranea.

 

Se Ulisse fosse entrato nella grotta di Polifemo senza quell’otre di vino ricevuto da Marone, probabilmente l’Odissea sarebbe finita lì. Il Ciclope avrebbe continuato a divorare uno dopo l’altro i compagni dell’eroe, nessuno avrebbe avuto la forza di spostare il masso che chiudeva l’ingresso della caverna e Itaca non avrebbe mai rivisto il proprio re. Persino la celebre risposta “Il mio nome è Nessuno”, diventata uno dei passaggi più famosi della letteratura universale, non avrebbe mai prodotto alcun effetto.

Polifemo avrebbe infatti potuto gridare il vero nome del suo aggressore oppure continuare semplicemente a sorvegliare l’uscita della grotta. Soltanto il vino rende possibile l’inganno: lo priva della lucidità, gli impedisce di ragionare, gli fa abbassare la guardia e offre a Ulisse il tempo necessario per mettere in scena la più celebre menzogna della storia del mondo antico. Il vino, dunque, non è un semplice dettaglio dell’episodio, ma il vero motore narrativo dell’intera vicenda.

È sorprendente constatare come questo aspetto venga spesso dimenticato. Quando si racconta l’episodio del Ciclope, l’attenzione cade quasi sempre sull’astuzia di Ulisse o sul significato simbolico del nome “Nessuno”, mentre il vino viene relegato a un semplice espediente. Eppure Omero dedica alla sua descrizione uno spazio molto più ampio di quanto riservi a moltissimi personaggi secondari del poema, segno evidente che quel dono possiede un valore ben più profondo della semplice funzione narrativa.

Il vino proviene da Marone, sacerdote di Apollo nella città tracia di Ismaro, risparmiato da Ulisse durante il saccheggio della città. Per riconoscenza gli consegna dodici anfore di un vino eccezionale, custodito gelosamente e conosciuto soltanto da lui, dalla moglie e dalla dispensiera di casa. Omero lo descrive come purpureo, dolcissimo e così concentrato da poter essere diluito con venti parti d’acqua senza perdere profumo né carattere. Più che un vino comune, sembra quasi un concentrato di civiltà, un prodotto così raro da apparire quasi divino.

Ed è proprio qui che il racconto assume una dimensione simbolica. Polifemo riconosce immediatamente la straordinaria qualità di quel vino, arrivando a definirlo “un vero ruscello di nettare e d’ambrosia”, ma non possiede gli strumenti culturali per consumarlo secondo le regole della società greca. Nel mondo greco il vino non si beve mai puro: viene mescolato all’acqua, perché la misura è uno dei tratti distintivi della civiltà. Polifemo, invece, lo tracanna senza diluirlo, si lascia sopraffare dall’ebbrezza e perde proprio ciò che più gli servirebbe per difendersi: la lucidità. È capace di riconoscere l’eccellenza del vino, ma non di comprenderne il significato culturale.

In fondo, tutto il poema suggerisce che il vino appartenga al mondo della civiltà molto più che a quello del piacere. Ogni volta che Ulisse approda in una terra davvero civile, il vino compare immancabilmente insieme al pane, alla carne e alla parola. L’Odissea insiste continuamente su questo punto. È il caso della reggia di Nestore, dove le coppe accompagnano le libagioni rivolte a Poseidone, ricordando che nessun banchetto può iniziare senza aver prima reso onore agli dèi. Lo stesso avviene nel palazzo di Menelao, dove il vino scandisce il ritmo dell’ospitalità aristocratica e trasforma il banchetto in un rito di riconoscimento reciproco.

Persino quando Ulisse discende nell’Ade il vino conserva una funzione sacra. Prima di interrogare le anime dei morti, egli versa nel terreno latte, miele, acqua e infine vino, secondo un preciso ordine rituale che mostra come questa bevanda appartenga tanto al mondo degli uomini quanto a quello degli dèi e dei defunti. Il vino non accompagna soltanto la festa: accompagna il rapporto con il sacro.

L’opposto di Polifemo non è infatti Alcinoo, ma Eumeo. Il vecchio porcaro vive in una capanna poverissima, non possiede anfore preziose né vini leggendari, eppure offre immediatamente vino allo sconosciuto mendicante che bussa alla sua porta. Quel gesto vale più di qualsiasi ricchezza, perché dimostra che la civiltà non dipende dall’opulenza ma dal rispetto della xenia, l’ospitalità sacra che costituisce uno dei pilastri morali dell’Odissea. Marone offre il vino più prezioso del poema, Eumeo quello più umile, ma entrambi appartengono allo stesso universo etico.

All’estremo opposto si trovano i Proci. Anch’essi bevono vino in continuazione, ma lo trasformano in simbolo di abuso e di usurpazione. Le coppe che dovrebbero celebrare l’ospitalità diventano il segno della violenza esercitata sulla casa di Ulisse, fino al momento in cui, durante la strage finale, quel banchetto si interrompe per sempre. Il vino è lo stesso, ma cambia completamente il significato morale del gesto.

Forse è proprio questa la lezione più moderna dell’Odissea. Omero non racconta mai il vino soltanto come una bevanda. Lo trasforma ogni volta in un indicatore di civiltà, di religione, di misura, di ospitalità e perfino d’intelligenza. Il vino di Marone permette a Ulisse di diventare “Nessuno”, quello di Eumeo restituisce dignità allo straniero, quello delle libagioni mette in comunicazione uomini e dèi, mentre quello dei Proci diventa il simbolo di un ordine ormai corrotto. Prima ancora che la vite diventasse cultura materiale del Mediterraneo, Omero aveva già compreso che ogni vino racconta molto più del suo sapore: racconta la società che lo produce. Perché, nell’Odissea, tra uomini e mostri non è il vino a fare la differenza, ma il modo in cui lo si beve.