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Pubblicato in La degustazione il 20 Aprile2022

di Titti Casiello

I vini dell’Etna. Con questa affermazione la vulgata attuale pare riferirsi ad un grande calderone dove, a confluire, in realtà, sono, invece, le più ampie forme di diversità.

Perché, la verità, è che forse un vino unico dell’Etna non esiste, e, anzi, a voler trovare necessariamente dei tratti somatici si rischia di diventare dei Don Chisciotte. Certo, questi vini, sono tutti figli di una stessa madre, visto che per gentil concessione di quel “Mongibello” sempre attivo, gli attori principali, tra un’eruzione e l’altra, restano comunque il Nerello Mascalese, il suo alter ego Cappuccio, il Carricante e il Catarratto, ma la sola genetica non basta per poter parlare di un’unicità di genere di vini prodotti. Mater semper certa allora, ma pater nunquam. E in questo caso se la “mater” è l’Etna, il “pater nunquam” è proprio il territorio. Perché ogni sciara di magma pare aver portato con sé non solo ceneri e lapilli, ma colate di granitica personalità che hanno segnato gli stessi tratti morfologici dei diversi versanti donando caratteristiche così tanto peculiari che nel giro di pochi chilometri si incrociano paesaggi lontani anni luce: basta girare una curva per incappare in un clima sub tropicale e ritrovarsi, poi, a poche miglia, in uno montano. Diceva, allora, il giusto Vidal De La Blache – geologo francese dell’800 - quando, osservando la regione etnea, affermava che qui si sono concentrate le differenze climatiche dell’intera Europa. Impossibile, quindi, tracciare un minimo comune denominatore. Piuttosto l’Etna andrebbe pensata come a un moltiplicatore di diversità. E che fare allora quando si incrocia un vino dell’Etna? A che pensare? A questo punto, quali e quanti sono i vini dell’Etna? In realtà delle linee guida per il viaggiatore errante esistono eccome. Fondamentale per un enoico curioso è, infatti, anzitutto, la distinzione dei versanti etnei, che diventa un po’ una sorta di cometa di Halley nella scelta dei vitigni da selezionare e conseguentemente dei vini da degustare. Con un versante nord da sempre luogo di elezione del Nerello Mascalese e un versante est e sud ovest, terra di bianchi e soprattutto di Carricante.

Un asse cartesiano che nel tempo, si è andato sempre più delineando, fino ad arrivare ad una svolta decisiva alla fine del 2011, con una zonazione dei vigneti, che molto spesso ha ricalcato, poi, quella dei nomi delle stesse contrade locali già esistenti (arrivate oggi a ben 133) e che, senza dubbio, rappresenta una mappa, più o meno capillare, su cui tracciare la retta via alla ricerca di un vino dell’Etna. Ed ecco che allora parlare di eleganza e austerità di un Etna rosso prodotto sul versante nord in contrada Feudo di Mezzo o piuttosto di un Etna bianco prodotto sul versante est in contrada Caselle assume connotazioni oggettive, e non puramente edonistiche. Perché questi aggettivi delineano un territorio preciso e non la mano dell’uomo. E se questa allora la via da seguire, un’attenzione fulminea va a quella luce abbagliante che batte proprio sul versante est. Luce riflessa dal Mar Ionio che da Giarre arriva fino a Zafferana, passando per Milo e che regala vini di peculiare finezza. A ben vedere non sarebbe neppure la scoperta del secolo, visto che questi vini erano già stati insigniti nel lontano '800 dall’enologo Sante Cettolini che nel parlare di “certi vini alle pendici marittime etnee” li definì “di una finezza estrema e tali da poter essere paragonati ai migliori vini del Piemonte e da non cedere di fronte a quelli di molti clos borgognoni”. Non è difficile da immaginare che, con molta probabilità, Cettolini si stesse riferendo ai vini prodotti nel territorio di Milo, unico comune (non a caso) per la produzione del Bianco Etna Superiore Doc. Una sorta di “appellation communale” borgognona, potremo dire, con un’intera denominazione per appena 1.036 abitanti. Forse unico caso in tutta Italia, con un primato che, in realtà, pare starci a giusta ragione, perché Milo rappresenta un po’ l’Ushuaia della viticoltura. Terra ostile alla coltivazione del Nerello Mascalese, ma affabile e docile, invece, per il Carricante. Qui quel clima di montagna, umido, piovoso, a volte anche nevoso, fa registrare nei vini un’enfasi e una distinzione di identità senza pari. Il vino di Milo è solo il vino di Milo che dell’Etna non ne prende la sua forza esplosiva, ma i suoi tratti più eterei, assottigliandosi in sorsi eleganti, dediti a declinazioni in sentori marini e iodati, ricchi e corposi.

E forse a dirla tutta, quel paragone così diffuso negli ultimi tempi che vorrebbe (per forza) un Nerello associato a un Pinot Nero, potrebbe essere, invece, rimesso in discussione con un Carricante (di Milo) associato a uno Chablis. Cinque referenze in degustazione, in un gioco di assonanze e somiglianze, o almeno, “così è se vi pare”, dove il paragone mai pare così tanto confacente trattandosi in ogni caso di terra pirandelliana.

“Archineri” Etna Bianco Doc 2020 - Pietradolce

Assume connotazioni femminee l’iconografia dell’Etna per Pietradolce: una donna vulcano che dalla sua folta chioma a forma di triangolo, sprigiona eleganza, voluttuosità e potenza. Così si presenta, infatti, l’etichetta, quasi parlante, di Archineri. Un Carricante in purezza, prodotto in contrada Caselle, che vede solo acciaio e profuma esso stesso di Carricante, quasi identitario è, infatti, quella nota di erbe aromatiche e fiori di campo. Un sorso dallo slancio tanto acido quanto materico che gioca tra il longilineo di un Etoile e la forza di una donna cannone, proprio come l’Etna.

“Sant’Andrea” Igt 2016 - Pietradolce

Sono le stesse viti di Archineri, ma Sant’Andrea pare assestarsi su semitoni più baritoni grazie a una fermentazione sulle bucce e permanenza sulle stesse per oltre 10 mesi. Qui la fattezza qualitativa si eleva ancor di più, e mostra il viso più dolce del Carricante, tra miele, camomilla e zagara. E se il naso porta a una nuvola soffice, il suo sorso si mostra piacevolmente sbilanciato, un volume largo che viaggia su una struttura stretta, quasi affilata. Una freschezza che gioca tra la mineralità dell’Etna e il finale salino dello Ionio.

“VignadiMilo” Etna Bianco Superiore Doc 2017 - I Vigneri

VignadiMilo così Salvo Foti ha voluto nominare il suo Etna Bianco Superiore, quasi a voler rimarcare che le vigne si trovino, appunto, a Milo. E precisamente queste vigne - di cui una parte è stata impiantata con l’antichissima tecnica etnea dei “magliuoli” (produzione diretta, senza innesto su vite americana) - sono situate anch’esse in Contrada Caselle e regalano un vino fragile e delicatissimo, denso e autentico al pari con note che sanno di sole, di vento, di acqua e di sale. Progressione e persistenza si registrano in un palato che si fa fresco e complesso in una chiusa regalata da un finale salino.

“Kudos” Etna Bianco Superiore Doc 2018 - Federico Curtaz e Eredi di Maio

 

Con un “fifty fifty” tra acciaio e legno, Kudos è un vino da montagna quasi salata prodotto in Contrada Rinazzo. Uno spettro olfattivo che gioca su una doppia tavolozza di colori tra verde e giallo, tra erbe e polpa fruttata e poi profuma di salsedine e pietra lavica. Il sorso è ricco, lungo e scivola su una lunga dorsale acida.

“Pietra Marina” Etna Bianco Superiore Doc 2016 - Benanti

Giuseppe Benanti ha sempre creduto nell’enorme potenzialità del Carricante di Milo e Pietra Marina è il sunto ultimo dei frutti di quelle viti centenarie allevate ad alberello situate in Contrada Rinazzo. La descrizione di questo vino è insita nel suo stesso nome: è terra e mare insieme, profuma di cenere, di pietra focaia, ma ovunque nel calice la mineralità e la sapidità della brezza marina. Pienezza e persistenza gli aggettivi che connotano un sorso dotato di una tensione quasi dissetante, dalla finezza sapida e che posiziona Pietra Marina esattamente tra il cielo e la terra di questo vulcano.

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