Le scorte di olio in Italia restano elevate, ma dentro quelle 233.377 tonnellate di prodotto in giacenza al 31 luglio c’è un dato che merita particolare attenzione: 108.299 tonnellate di extravergine sono di origine italiana. E’ il 58,4% dell’Evo stoccato nel Paese. Il resto arriva soprattutto dall’Unione europea e dai Paesi extra-Ue.
Lo scenario complessivo segna un +43,9% rispetto a un anno fa, anche se nell’ultimo mese le giacenze sono diminuite del 9,7%. A preoccupare è soprattutto la crescita dell’extravergine italiano: +139,6% in dodici mesi. Un aumento che racconta meglio di qualsiasi altro numero il paradosso di una filiera che si prepara alla nuova campagna con ancora molto prodotto della precedente da collocare sul mercato.
Un quadro che arriva a poche settimane dall’avvio della nuova campagna olearia e che pone una domanda: perché si è accumulato così tanto prodotto? Per Tiziano Caruso, grande esperto di olio e già docente di Coltivazioni arboree all’Università degli Studi di Palermo, le ragioni vanno cercate innanzitutto nelle dinamiche della produzione internazionale. A Cronache di Gusto spiega: Giacenze eccessive? Sì, sono aumentate soprattutto perché c’è stata una grande produzione in Spagna e perché i prezzi hanno raggiunto livelli al di sopra di quelli sostenibili per il mercato”.
Un mercato, quello dell’olio, a detta di Caruso fortemente condizionato dalle produzioni dei grandi Paesi olivicoli. “Il prezzo dell’olio internazionale non lo stabilisce l’Italia. Ma la Spagna, la Tunisia, il Marocco”, sottolinea il docente. Una capacità produttiva che, aggiunge Caruso, coinvolge anche la Grecia: “La capacità produttiva della Spagna, della stessa Grecia, della stessa Tunisia e del Marocco sono tali che stabiliscono loro i prezzi”, ribadisce.
Ma cosa può fare, allora, chi produce olio extravergine di qualità in Italia, soprattutto quando si tratta di piccole e medie aziende?Caruso traccia la strada: “E’ un mercato estremo e quindi non è un mercato unico per l’olio. Le piccole, le medie aziende possono uscire soltanto cercando i canali di vendita diretta, come l’e-commerce. Costruire un rapporto più diretto con il consumatore, evitando di affidarsi esclusivamente alle dinamiche del mercato internazionale. Attraverso gli agriturismi e le enoteche ad esempio”, spiega Caruso, indicando una rete di canali alternativi attraverso cui le aziende possono provare a collocare direttamente il proprio prodotto.
Per il docente, infatti, per una piccola azienda italiana affrontare direttamente il mercato internazionale può essere troppo oneroso. “Per le piccole aziende andare nel mercato internazionale è praticamente insostenibile – puntualizza -. Da qui la necessità di guardare a esperienze già presenti in alcune aree italiane. Dovrebbero cercare di trovare strade alternative, che sono quelle ad esempio del modello toscano, umbro, e di alcune aree del Centro Italia. Molte aziende vendono l’olio attraverso dei canali propri”.
Una strategia che assume ancora più valore se si considera la particolare frammentazione dell’olivicoltura italiana. Per Caruso, infatti, “l”olivicoltura non è una, ma ci sono 100 olivicolture. C’è una molteplicità di sistemi produttivi profondamente diversi tra loro. Ci sono aree dove si produce, aree dove praticamente non si produce. E questo è determinato dal fatto che c’è chi irriga, chi ha piante adulte, mature, chi ha impianti giovani”.
Ma dove si trova fisicamente l’olio in Italia? Il 52,2% della giacenza nazionale di olio di oliva è presente nelle regioni del Sud Italia, con il significativo contributo delle regioni Puglia e Calabria (31,5% e 12,7%, rispettivamente). A livello provinciale, da segnalare il 16,4% delle giacenze nella provincia di Bari e il 9,4% nella provincia di Perugia.
Il quadro alla luce di questi dati resta complesso. Da una parte ci sono le giacenze, aumentate in maniera consistente rispetto a un anno fa; dall’altra una nuova campagna che si presenta, secondo le indicazioni attuali, nella media ma con differenze molto marcate tra territori e aziende. Una diversità che rende difficile anche leggere la prossima campagna attraverso un’unica previsione nazionale. “Per ora, sulla base dei dati disponibili e di quello che si vede, possiamo parlare di una stagione produttiva nella media – dice il docente -. È però una definizione da prendere con cautela, perché parliamo di una media di dati piuttosto dispersi: ci sono aree dove si produce e altre dove praticamente non si produce. Le differenze dipendono dalle condizioni colturali, dalla struttura degli impianti e anche dalle cultivar. Quello che emerge, quindi, è una stagione media, che rispecchia la produzione complessiva, ma con i chiari e gli scuri delle diverse aree, legati alle condizioni colturali”, conclude Caruso.