Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Scenari

Lo strano paradosso: l’Italia dei formaggi artigianali conquistata dal culto del cheddar

09 Maggio 2026
Cheddar Cheddar

Da quando siamo diventati un popolo di mangiatori di cheddar? Parliamo di 487 varietà di formaggi, di cui più di 50 dop protette a livello europeo, enfasi sul ritorno alla terra, sostenibilità, filiera corta, e poi, cheddar, ovunque. Arancione, ubiquo, e omologato e banale, come lo Spritz di cui condivide il colore, arancione, insalubre, artificiale.

Strani paradossi, dissonanze cognitive le chiamerebbero quelli che possono permettersi la psicanalisi, che nel proliferare delle dop delle denominazioni identitarie su qualsiasi alimento, dai carciofi, alle alici, passando per patate, arance, e centinaia di presidi slow food, il “formaggio” più in hype e consumato nella ristorazione italiana, almeno stando ai feed dei social, sia una specie di formaggioide dal colore radioattivo, senza nessuna denominazione che ne certifichi qualità, filiera produttiva, tipologie.

Cheddar, doppio cheddar, triplo cheddar, e sembra una lugubre asta del naufragio caseario-morale di una nazione che ama farsi invadere, parla tantissimo di export e di eccellenza alimentare ma si fa colonizzare in casa propria, da prodotti di bassa qualità in uno dei campi in cui dovrebbe essere più forte, è questo il modo di affrontare le sfide globali del sistema agro-alimentare italiano? Eppure il Cheddar, quello vero, esiste, sarebbe, anche un formaggio, buono anche, il problema, quello vero, è che nessuno qui lo ha mai mangiato e forse, mai lo mangerà.

Sì, mi diranno più informati, esiste una denominazione di origine del Cheddar, (una Dop europea, UK GI dopo la Brexit) ma riguarda una zona piccolissima, che contiene 4 contee del West Country, e si chiama West Country Farmhouse Cheddar PDO, ma riguarda volumi talmente piccoli da essere quasi ininfluente.

Il cheddar può essere fatto dappertutto, con latte di qualsiasi provenienza, non è soggetto a protocolli di qualità, insomma è a tutti gli effetti un oggetto gastronomico, che a parte il bassissimo costo e una certa instagrammabilità, due cose che forse a molti ristoratori sembrano importare di questi tempi, moltissimo.

Il cheddar è l’antitesi del territorio, del sapere contadino e della artigianalità, tutte cose di cui a parole, stampa e addetti ai lavori dicono, di voler enfatizzare, valorizzare e promuovere. Il cheddar è il primo e più lampante esempio di formaggio deterritorializzato, denaturalizzato, non potrebbe essere stato prodotto anche su Marte, con latte alieno e l’etichetta sarebbe sempre la stessa, semplicemente cheddar.

Eppure, i social che forse non sono il mondo reale, ma che ci assomigliano molto e in qualche modo ne colonizzano l’immaginario sono pieni di cheddar, di colate di cheddar, arancione, chimico, virale.

Certo l’hamburgeria, il format che sembra(va) andare per la maggiore non è mai stato e mai sarà il tempio del buon mangiare o del mangiare sano, ma solo del colonialismo culturale, di uno dei paesi in cui si mangia peggio al mondo, ma che ha finito per determinare il gusto di tutti gli altri paesi in una sorta di versione alimentare della Legge di Gresham, ma accettare che i nostri figli, in un paese che fa dell’eccellenza alimentare una delle sue bandiere, mangino cheddar fa male solo al pensiero.

Si potrebbero fondere altri formaggi, nei nostri aperitivi, si potrebbe rendere il junk food meno junk e un pochino, solo un pochino più food? Forse, ma le certezze e il futuro affogano, stanche in una colata, arancione, opprimente e insalubre, di cheddar, da migliaia di views.