Potrebbe essere il best kept secret del vino italiano, l’Aglianico del Vulture. Vulcanico come l’Etna tanto in voga, un po’ schiacciato dall’arrembante Taurasi, aglianico per antonomasia spinto dal protagonismo mediatico campano. E invece no: ad accendere i riflettori è intervenuto Helmut Köcher, che ha deciso di ambientare a Venosa, pittoresca patria di Orazio nonché culla della denominazione, un’altra edizione meridionalista del Merano Wine Festival, dopo la calabrese già replicata quest’anno.
Ne è uscito un mosaico sfaccettato come i pavimenti musivi che affiorano negli affascinanti parchi archeologici locali, fatto di aziende in larga parte ancora familiari e legate al carisma del fondatore, dove l’inossidabile Paternoster funge da produttore di riferimento. Benedetto da suoli vulcanici che gli regalano mineralità e sapidità lunghissime, il vitigno è noto per la maturazione tardiva, non senza difficoltà nella raccolta. Ma la sua iridescenza regala anche note ematiche, balsamiche, speziate esaltate dai lunghi invecchiamenti, che lo collocano nell’Olimpo dei grandi rossi italiani. Mentre in gioventù il tannino deciso porta con sé qualcosa dell’austerità e del contegno riservato che caratterizzano caratterialmente i lucani, così lontani dagli stereotipi del sud Italia.
Le formule e i risultati spaziano. Se il Sigillo delle Cantine del Notaio osa la vendemmia tardiva, con esiti di equilibrata opulenza e note di ciliegia sotto spirito, che lo predispongono alla meditazione, altrove la gastronomicità è conclamata. Ma premura di Köcher è stata anche aprire uno squarcio sulla Basilicata del futuro: i rosati di aglianico, in linea con i trend del consumo contemporaneo che penalizza i rossi importanti; l’originale underwater 2017 di Cantina di Venosa, che rispetto al Carato Venusio affinato convenzionalmente disvela una giovinezza aromatica associata a struttura morbida dai tannini setosi, “come la saggezza della maturità nel fisico di un ragazzo”; l’incontournable anfora di Elena Fucci, metodo di vinificazione di cui Köcher è stato pioniere e promotore, che applicato a queste uve rosse chiude il cerchio fra terroir e terracotta sotto il segno di una terra totale.