Sull’Etna il vino non è mai soltanto vino. È lava, altitudine, luce, vento. È una narrazione continua fatta di contrade, vitigni antichi e paesaggi che sembrano sospesi tra Mediterraneo e vulcano. In questo scenario unico, Benanti Viticoltori è stata una delle aziende che più di tutte ha contribuito a trasformare l’Etna da territorio di nicchia a simbolo internazionale del vino siciliano di qualità. Fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Benanti, l’azienda oggi è guidata dai figli Salvino e Antonio, che hanno raccolto l’eredità familiare proiettandola verso i mercati globali senza perdere il legame con le radici etnee. Tra export, nuovi investimenti, enoturismo e sfide internazionali, Salvino Benanti racconta una Sicilia del vino che continua a crescere, ma che deve ancora imparare a parlare con una voce più chiara e riconoscibile.
“Il mondo del vino attraversa sicuramente un momento complicato – spiega -. Anche noi stiamo gestendo le conseguenze legate ai dazi americani. Gli Stati Uniti hanno rallentato leggermente, ma la situazione non è drammatica come si temeva”. Per Benanti il calo registrato sul mercato statunitense resta “fisiologico”, soprattutto per un’azienda che può contare su 40 anni di presenza consolidata oltreoceano. “Nei momenti di crisi i marchi più conosciuti trasmettono fiducia e soffrono meno rispetto alle aziende più giovani”.
Oggi Benanti produce circa 275 mila bottiglie, con una quota export che sfiora il 70% della produzione. Gli Stati Uniti rappresentano ancora il mercato principale, ma la crescita arriva anche da nuove aree strategiche. “Stiamo aprendo mercati promettenti nell’Europa dell’Est e in America Latina, mentre continuano ad andare bene realtà storiche per i vini di qualità come Gran Bretagna, Francia e Svizzera”.
Ma è soprattutto sull’enoturismo che l’Etna sta vivendo una trasformazione profonda. Benanti è stata tra le prime aziende del territorio a intuire le potenzialità dell’accoglienza in cantina, molto prima che diventasse una tendenza consolidata: “Abbiamo iniziato quasi 25 anni fa accogliendo semplicemente i visitatori di passaggio. Oggi invece esiste un vero distretto enoturistico fatto di cantine, ristoranti, hotel di charme ed esperienze legate non solo al vino, ma al paesaggio e alla cultura”.
Per Benanti il turista che sceglie la Sicilia cerca soprattutto autenticità: “Chi arriva qui – sottolinea – viene certamente anche per il mare, ma soprattutto per la cultura e per l’enogastronomia. Il vino è parte del nostro Dna e racconta le tante sfaccettature della Sicilia”. Da qui la convinzione che il settore abbia ancora enormi margini di crescita.
Parallelamente continua anche lo sviluppo aziendale. Negli ultimi anni Benanti ha ampliato la propria presenza sull’Etna acquisendo nuovi terreni, tra cui un’importante proprietà in Contrada Cavaliere, sul versante sud-ovest del vulcano: “Lì impianteremo soprattutto Carricante e stiamo valutando anche nuovi sviluppi sul fronte dell’ospitalità”.
Tra i soci dell’azienda figura anche l’imprenditore Renzo Rosso, fondatore di Diesel e da tempo investitore nel mondo del vino italiano. Una presenza che Salvino Benanti descrive come discreta ma strategica: “Rosso – dice – è un grande appassionato di vino e ha scelto di entrare in aziende già solide, accompagnandole nel percorso di crescita. Nel nostro caso ha portato capitali importanti che abbiamo reinvestito nello sviluppo”.
Nonostante l’entusiasmo, Benanti individua anche un limite strutturale che il vino etneo e siciliano devono affrontare per consolidarsi definitivamente sui mercati internazionali: la mancanza di una narrazione comune: “La ricchezza dei microterritori e delle interpretazioni è straordinaria, ma il consumatore medio ha ancora bisogno di messaggi chiari. Oggi chi compra una bottiglia deve capire immediatamente cos’è il Nerello Mascalese e cos’è il Carricante”.
Per questo, secondo Benanti, i produttori etnei dovrebbero lavorare a una maggiore coerenza stilistica e comunicativa: “È bellissimo parlare di versanti, contrade e sfumature – conclude – ma questo interessa soprattutto agli esperti. Prima ancora bisogna costruire un’identità riconoscibile dell’Etna nel suo insieme”. Una sfida che riguarda non solo il vino, ma il futuro stesso della Sicilia enologica.