Innamorato del vino da sempre. Ottimista per natura. Carlo Ferrini, tra i più autorevoli enologi italiani e consulente di alcune delle cantine più importanti del Paese, lancia un messaggio ai giovani: “Bevete più vino e meno gin tonic per avere più gioia”. Fiorentino, classe 1954, sa bene che il momento richiede lucidità più che pessimismo. Intervistato a margine di Sicilia en Primeur, Ferrini ha offerto una riflessione ampia sul presente e sul futuro del settore vitivinicolo italiano, maturata in oltre trent’anni di lavoro tra Toscana, Trentino e Sicilia.
“Il vino italiano, come un po’ tutti i vini del mondo, sta attraversando una fase particolare”, ha spiegato. “Non voglio essere né pessimista né ottimista, ma semplicemente realistico. Oggi il consumo è legato soprattutto a una fascia d’età più adulta, sia in Italia che all’estero”.
I baffi da vecchio gentiluomo del vino, l’aria di chi ne ha viste tante tra vigne e cantine, Carlo Ferrini non perde né l’ironia né l’ottimismo. E con la cadenza tipicamente toscana Ferrini sottolinea come il problema del momento attuale del vino non possa essere ridotto soltanto alle guerre, ai dazi o all’eccesso produttivo. Alla base c’è anche una difficoltà del settore nel dialogare con le nuove generazioni. “Molti si chiedono perché i giovani non bevano vino. Forse perché non siamo stati capaci di raccontarlo nel modo giusto e di renderlo interessante per loro”, osserva l’enologo.
“Negli anni Novanta avere un bicchiere di vino in mano era qualcosa di ‘figo’. Oggi non lo è più. I giovani preferiscono un cocktail, un gin tonic, un momento diverso di socialità. Ci siamo americanizzati troppo. C’è chi mangia col gin tonic a tavola…”.
Ferrini individua anche un tema economico e commerciale. “Negli ultimi anni noi produttori abbiamo spinto molto sui prezzi. Oggi è difficile trovare al ristorante una bottiglia a 15 euro. Sotto i 20 o 25 euro quasi non esiste più nulla”. Una dinamica che, unita alla crescita incontrollata di nuove produzioni, avrebbe contribuito a creare squilibri sul mercato. “Negli ultimi anni tantissime persone si sono avvicinate al vino con entusiasmo: ‘Voglio fare il mio vino, voglio fare un grande vino’. Ma spesso si è investito senza una reale strategia commerciale. Dopo dieci anni ci si ritrova a chiedersi: a chi lo vendo questo vino?”.
Per Ferrini il tema dell’eccesso produttivo è oggi concreto e globale. “C’è troppo vino in California, troppo vino in Italia. È evidente che qualcosa è cambiato”. Tuttavia, l’enologo invita il settore a non cedere al catastrofismo. “Come sempre accade, arriverà un riequilibrio. Serviranno anni, ma torneremo a una normalità”. Un equilibrio che passerà anche attraverso misure come espianti e distillazioni, ma soprattutto da una nuova capacità di comunicare il valore culturale del vino. “Basterebbe riportare le persone in mezzo a una vigna per far capire cosa rappresenta davvero il vino rispetto all’industria degli alcolici o dei cocktail”, sottolinea.
Ferrini conosce bene sia i grandi territori storici sia le nuove frontiere dell’enologia italiana. Da produttore è presente a Montalcino e sull’Etna, due aree simbolo del vino italiano contemporaneo. “Anche a Montalcino oggi si avverte una fase difficile. Abbiamo spinto molto sui prezzi e anche sulle quantità”.
Sull’Etna, Ferrini racconta una trasformazione impressionante. “Sono arrivato all’inizio degli anni Duemila: c’erano una decina di aziende e poche centinaia di ettari. Oggi il territorio è esploso. Anche lì bisogna stare attenti: in vent’anni c’è stata una crescita incredibile delle superfici”.
Nonostante tutto, il messaggio finale resta positivo. “Smettiamo di parlare continuamente di crisi”, conclude Ferrini. “Sappiamo che esiste, ma torniamo a pensare a quanto il vino sia bello, buono e capace di raccontare territori unici. Perché alla fine rischiamo di annoiare noi stessi parlando solo dei problemi. E infine penso alla differenza tra un gin tonic e alla ritualità romantica di star lì con una bottiglia di vino d’aprire”. E mimando il classico gesto del tappo da svitare, conclude: “Che magia, che romanticismo”.