La madre Elena ha fatto la storia delle Donne del Vino e del vino tout court, oltre i confini altoatesini, con la sua pionieristica adesione al territorio, risalente agli anni ‘80. Ma la famiglia Walch non si è fermata: dopo diversi anni di affiancamento in azienda, ora tocca alle giovani figlie Julia e Karoline dire la loro in un territorio diverso ma vicino, il Trentino, approfittando del vento in poppa a una denominazione, fra le più dinamiche e in crescita d’Italia.
L’acquisizione delle vigne, dodici ettari di vecchie viti all’altitudine di 600 metri sulle pendici del Monte Calisio, che ispira il nome, risale a una decina di anni fa (strappate, vuole il gossip, all’interessamento della famiglia Lunelli): prezioso chardonnay di montagna, cui le sorelle hanno deciso di affiancare un po’ di pinot nero acquistato in Francia. Se gli spumeggianti TrentoDoc che ne risultano erano già stati presentati a novembre a Milano, ora è venuto il momento di stappare i luoghi: nella fattispecie una moderna cantina fra i filari, sinuosa per intrinseca femminilità e rossastra per il porfido del terreno, le cui sovrapposizioni evocano la stratificazione del terreno, mentre altri motivi perlacei richiamano le bollicine. Scelte sulle quali sicuramente avrà detto la sua mamma Elena, di formazione architetto prima del matrimonio anche professionale con Werner Walch, rampollo di una stirpe di vignaioli a Termeno.
A impugnare le forbici per il taglio del nastro le sorelle hanno provveduto il 26 maggio: hanno svelato uno spazio polifunzionale al confine fra architettura e scultura, firmato da David Stuflesser e Nadia Moroder, con cantina interrata, barriccaia solenne, bistrot ed enoteca aperti al pubblico per visite anche in vigna, degustazioni e momenti conviviali. Fino alla terrazza panoramica rivolta a sud, in omaggio al territorio che la fa da padrone.
“L’architettura si sviluppa attraverso un dialogo tra due mondi: quello nascosto e silenzioso della struttura ipogea, dove avvengono i processi produttivi, e quello visibile e aperto della parte emergente, pensata per accogliere il pubblico e raccontare l’identità di Moncalisse. Origine e ambizione, precisione e profondità, passato e futuro segnano questo progetto”, osservano Julia e Karoline.
La parola d’ordine è enoturismo: “Con l’apertura della struttura puntiamo a dare un ulteriore slancio a Moncalisse, realtà giovane ma determinata a lasciare un segno nel prestigioso scenario del Trentodoc. Nasce un vero luogo d’esperienza dove poter toccare con mano la filiera del vino a partire dalla terra. La tenuta si propone come uno spazio di conoscenza aperto alle visite e alle degustazioni abbinate alle specialità locali, con il chiaro obiettivo di valorizzare gli aspetti unici e distintivi della nostra terra”.
È grazie a questi spazi se la lavorazione può avvenire sfruttando le temperature naturalmente fresche del sottosuolo, che si aggirano attorno ai 13 °C, ottimali per il metodo classico, e la forza di gravità, in modo da salvaguardare una materia prima tanto preziosa quando delicata. Forte di oltre 60 kW di fotovoltaico, la struttura è inoltre autosufficiente e sostenibile, al pari della lavorazione in vigna. Sebbene la lezione stilistica e valoriale di famiglia suoni ben presente, l’intenzione è quella di dar vita a una realtà autonoma. Tanto che sul fronte tecnico Julia e Karoline hanno scelto di avvalersi come enologo di Stefano Bolognani, coadiuvato da Odilon de Varine, auctoritas in Champagne.
Se Elena ha fatto storia con le sue microparcelle, anche Moncalisse ha il suo cru: un ettaro piantato a viti di chardonnay ultrasessantenni, esposte a sud e allevate secondo il tradizionale sistema a pergola, restaurato all’uopo. Se ne ricava il Montis Arcentarie Blanc de Blancs, attualmente nel millesimo 2017. Perché la zona nel Medioevo era famosa per la ricchezza di argento, oltre a custodire le coppelle, incisioni rupestri preistoriche con funzione esoterica e rituale, che affiorano suggestivamente fra i grappoli. E gli affinamenti sono record: acciaio, barrique veloce e bottiglia per un totale di 80 mesi sui lieviti, con sboccatura a gennaio 2025. Appena più giovane il Millesimato Extra Brut Riserva 2019, che sosta “solo” 56 mesi. Vini eleganti nella tensione, complessi, freschi e sapidi, perché la verticalità, fra questi monti, diventa firma. Una storia to be continued quando i nuovi grappoli scuri saranno finalmente maturi per cuvée e blanc de noirs, chissà…