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Scenari

Pubblici esercizi, indagine Fipe: nei centri storici avanzano i take away mentre arretrano i bar tradizionali

16 Giugno 2026
Lino Stoppani Lino Stoppani

I pubblici esercizi continuano a rappresentare un presidio fondamentale di prossimità, socialità e sicurezza per il territorio italiano. Tuttavia, il settore mostra segnali di rallentamento: negli ultimi dieci anni il numero delle imprese attive è diminuito del 3,7%, con una perdita complessiva di quasi 10mila attività. È quanto emerge dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da Fipe-Confcommercio insieme al Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e presentata oggi a Roma.

Nonostante la flessione, la rete dei pubblici esercizi resta capillare: solo 162 comuni italiani, pari al 2% del totale, risultano privi di almeno un bar o un ristorante. Complessivamente, il comparto conta oltre 262mila imprese attive, con una densità di un esercizio ogni 182 abitanti.

Tra i dati più significativi emerge il forte ridimensionamento dei bar, diminuiti di oltre 22mila unità nell’ultimo decennio (-18,2%). Un fenomeno dovuto soprattutto alla trasformazione di molte attività in ristoranti piuttosto che a una vera e propria cessazione dell’attività.

L’analisi evidenzia inoltre un’Italia divisa sotto il profilo geografico. Diverse città del Centro-Nord registrano consistenti perdite di imprese: Trieste guida la classifica con 172 attività in meno (-16%), seguita da Pisa (-14,6%), Pesaro (-18,3%) e Ancona (-17%). Al contrario, nel Mezzogiorno il settore continua a crescere. Napoli registra il saldo positivo più elevato con 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+8,7%), Bari (+5,8%) e Taranto (+10,6%). Una dinamica che conferma come la ristorazione rappresenti ancora un’importante opportunità di autoimpiego nelle aree caratterizzate da maggiori difficoltà occupazionali.

Particolare attenzione viene dedicata all’evoluzione dei centri storici delle città medio-grandi, dove si osservano fenomeni che pongono interrogativi sulla sostenibilità dello sviluppo commerciale. In molte aree urbane si assiste infatti a una crescente concentrazione dell’offerta e alla diffusione di format caratterizzati da spazi ridotti, assenza di servizio al tavolo e limitato impiego di personale.

Secondo lo studio, questa trasformazione contribuisce ad aumentare alcune esternalità negative, tra cui pressione antropica, rumore e produzione di rifiuti. Il fenomeno appare particolarmente evidente in alcuni quartieri simbolo della movida. A Milano, nell’area di Porta Venezia, le attività di ristorazione con somministrazione sono aumentate del 53,2%, mentre quelle da asporto del 32%. A Roma, in una porzione di Trastevere, i take away sono cresciuti del 33,3%, mentre i bar tradizionali hanno registrato una contrazione del 24,1%.

Alla base di questa evoluzione vi sarebbero anche l’aumento dei costi di gestione e il peso crescente degli affitti commerciali. In molti casi, sottolinea Fipe, la diffusione di attività orientate prevalentemente alla vendita veloce e al consumo di bevande alcoliche a basso costo contribuisce ad alimentare fenomeni di degrado urbano e malamovida, con ricadute negative sia per i residenti sia per gli operatori economici.

“Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono una visione strategica e strumenti di governo del territorio, non semplici interventi emergenziali”, ha dichiarato il presidente di Fipe-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani. Secondo l’associazione, limitarsi a intervenire con ordinanze restrittive sugli orari rischia di penalizzare le imprese regolari senza affrontare le cause strutturali del fenomeno.

Per Fipe è necessario invece programmare lo sviluppo commerciale delle aree più sensibili, utilizzando gli strumenti normativi già disponibili per tutelare sostenibilità, mobilità urbana e patrimonio storico-artistico. L’obiettivo è contrastare la proliferazione indiscriminata di attività considerate poco compatibili con la vocazione dei centri storici e preservare la qualità della vita urbana.