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Vino e dintorni

Gavi, il bianco che non ha ancora finito di raccontarsi: storia, suoli e futuro di una grande denominazione

24 Luglio 2026
Vigneti a Gavi Vigneti a Gavi

Quanto si conosce davvero il Gavi? La domanda non è così scontata come potrebbe sembrare, perché fuori dall’Italia il Gavi è già un vino riconoscibile e conosciuto. Nel nostro Paese, invece, il suo profilo sembra ancora più stretto della sua realtà.

Nel 2025 la denominazione ha esportato oltre 12 milioni di bottiglie, circa il 91% della produzione, raggiungendo più di cento Paesi. Ma prima ancora dei numeri, c’è una storia che spiega questa vocazione internazionale. Le famiglie genovesi, i commerci e le vie che per secoli hanno collegato il Piemonte alla Liguria hanno contribuito a costruire una cultura dell’apertura. Nel 1782 il marchese Doria progettava già di spedire il vino “in America con un bastimento”. Oggi quella storia è diventata una presenza globale.

Il Regno Unito resta il mercato principale, con una diffusione trasversale, dal pub al ristorante stellato, dalla grande distribuzione alla ristorazione di alto livello. Gli Stati Uniti rappresentano un mercato strategico, il Canada ha registrato una crescita significativa e il Giappone, con la sua cultura gastronomica, è uno dei luoghi in cui la freschezza e la precisione del Gavi trovano un naturale punto d’incontro. La grande sfida, oggi, è forse il mercato italiano, dove dopo anni di difficoltà si registrano segnali di ripresa.

Ed è qui che si apre la questione più interessante: il Gavi può conquistare una nuova centralità tra i più noti bianchi italiani?

La risposta passa innanzitutto dalla capacità di raccontare meglio ciò che il Gavi è. Una denominazione relativamente compatta, undici comuni raccolti intorno a un grande anfiteatro collinare, ma tutt’altro che uniforme. Basta affacciarsi dalla terrazza del Santuario della Madonna della Guardia per cogliere la forma di questo territorio, che si apre verso il paesaggio appenninico e, attraverso la storia, guarda da sempre verso la Liguria e il mare.

Il rapporto tra Piemonte e Liguria non è soltanto una suggestione storica. È una condizione geografica che contribuisce a definire il profilo del vino. La continentalità piemontese incontra l’influenza dell’Appennino e dei venti che risalgono dal Mar Ligure. Altitudini, esposizioni, ventilazione ed escursioni termiche aiutano a preservare nel Cortese la freschezza, ma anche quella trama gustativa che, nelle migliori espressioni, diventa tensione, sapidità e misura. Il confine, insomma, non è soltanto raccontato: si può ritrovare nel bicchiere.

Il Gavi nasce da un solo vitigno, il Cortese, ma il Cortese della denominazione non parla una lingua unica. I vigneti si distribuiscono tra circa 180 e 450 metri di altitudine e attraversano una geologia articolata: le Terre Rosse, più argillose e ricche di ferro; la fascia centrale di marne e arenarie; le Terre Bianche più vicine all’Appennino, con marne tufacee di origine marina e condizioni generalmente più alte, fresche e ventilate.

Non è una classificazione automatica degli stili, ma una geografia che aiuta a capire la varietà del vino. Nel calice il Cortese giovane può essere agrumato, floreale, fresco, con richiami alla frutta bianca e quella caratteristica nota di mandorla amara. In alcune interpretazioni prevalgono verticalità, immediatezza e una beva precisa, giocata sulla freschezza e sulla sapidità. In altre, la maturità delle uve, la posizione del vigneto e le scelte produttive portano verso maggiore ampiezza e profondità, con una trama più strutturata e possibili richiami erbacei, minerali e balsamici.

E poi c’è il tempo. La freschezza che rende il Gavi piacevole da giovane è anche una delle ragioni della sua capacità evolutiva. Con gli anni il profilo aromatico può spostarsi dalla dimensione floreale e fruttata verso note più complesse e terziarie, mentre la struttura acida e la sapidità continuano a sostenere il vino. Il Gavi, nelle sue espressioni migliori, non invecchia semplicemente: cambia registro.

È una caratteristica che mette in discussione l’immagine di un bianco da consumare soltanto giovane. E forse è proprio qui che la denominazione sta cercando oggi una nuova consapevolezza: non inventarsi un’identità diversa, ma mostrare la complessità di quella che già possiede.

La storia del territorio è antica. Una delle prime testimonianze della vocazione agricola di Gavi risale al 972, quando un documento conservato nell’Archivio di Genova cita l’affitto di vigne e castagneti a cittadini di Gavi. Ma per capire la natura di questo territorio bisogna allargare lo sguardo.

A pochi chilometri, Libarna racconta una storia di traffici, scambi e collegamenti che affonda le radici nell’antichità. La città romana, sviluppatasi lungo la via Postumia e divenuta un importante centro commerciale tra il I e il IV secolo d.C., conserva anche un’immagine che sembra quasi una dichiarazione d’intenti per questo territorio. Nel mosaico policromo di una domus, la scena centrale raffigura il mito di Licurgo e Ambrosia: la ninfa, inseguita dal re, viene salvata da Dioniso e trasformata in una vite. I suoi tralci avvolgono e soffocano Licurgo, mentre la scena è collocata proprio in un ambiente destinato ai banchetti e alla convivialità.

Ambrosia che diventa vite, in un triclinio dove il vino è protagonista: un’immagine antica che lega il territorio alla cultura del vino.

Una contaminazione che si trova anche nella cucina, in una cultura gastronomica diversa da quella della tavola piemontese più conosciuta. I ravioli di Gavi ne sono forse la sintesi più evidente, che racconta la contaminazione tra le due sponde dell’Appennino meglio di molte definizioni geografiche. Ed è proprio a tavola che il Gavi trova una delle sue chiavi di lettura più immediate. Il Cortese si muove con naturalezza anche verso cucine lontane, comprese quelle asiatiche, proprio grazie a quella combinazione di freschezza, misura e sapidità che ne definisce il carattere. La versatilità, in questo caso, non è genericità, ma nasce da un’identità precisa.

Il territorio, intanto, sta cercando di raccontarsi con strumenti sempre più concreti. La Cantina Produttori, nella sua dimensione cooperativa, svolge un lavoro importante sulla denominazione, con un’attenzione alla qualità, alla ricerca e all’innovazione non così comune in una realtà collettiva di queste dimensioni. È un modello che contribuisce a dare forza e riconoscibilità al territorio, dimostrando come una cooperativa possa essere non soltanto un presidio produttivo, ma anche un luogo di sperimentazione e crescita. La Mesma è una delle aziende che più chiaramente leggono il Gavi come territorio prima ancora che come denominazione, con un lavoro attento sulle parcelle e sulle diverse sfumature del Cortese.

Accanto a realtà come Ghio Roberto e Cascina delle Monache cresce una nuova generazione di produttori che sta investendo con convinzione nel proprio territorio. La ricerca sulle parcelle, sui suoli, sulle altitudini e sulle diverse possibilità del Cortese contribuisce a rendere più leggibile una realtà che ha sempre avuto più sfumature di quelle normalmente associate al suo nome.

Il Gavi ha già conquistato il mondo. Ora deve forse conquistare una nuova attenzione in Italia, mostrando con maggiore chiarezza ciò che può essere: un bianco fresco e immediato, ma anche sapido, territoriale, gastronomico e capace di evolvere. La nuova centralità del Gavi, alla fine, dipenderà dalla capacità di mostrare tutto ciò che è già.