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La melanzana ai tempi del colera: da ortaggio “velenoso” a simbolo d’amore con Márquez. Con una ricetta

29 Agosto 2026
Le melanzane e Marquez nel riquadro Le melanzane e Marquez nel riquadro

I romanzi si sa, sono capaci di risvegliare l’immaginazione e pure l’apparato sensoriale del lettore. Nel connubio cibo – letteratura, il gusto e l’olfatto non fanno da semplice sfondo, ma diventano chiavi di lettura per comprendere la storia, i personaggi e i loro sentimenti. Proprio come succede nel romanzo L’amore ai tempi del colera, in cui il realismo di Márquez si estende al cibo caricandolo di significati. Ci troviamo in Colombia tra il 1880 e il 1930 e l’amore sventurato tra Florentino Ariza e la bella Fermina Daza viene evocato dall’odore delle mandorle amare dell’incipit: “Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati”.

La storia di un amore contrastato ma paziente; di un tempo lungo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti” prima di essere vissuto felicemente. Un amore che ha a che fare con l’appetito, con i sensi, con i sapori che feriscono e poi guariscono. E se c’è un protagonista capace di incarnare l’evoluzione di questo sentimento all’interno del romanzo di Márquez, quello è la melanzana.

Un ortaggio che ha vissuto una complessa evoluzione storica, geografica e persino linguistica. Originaria della Cina e dell’India, fu introdotta in Europa dagli arabi con il nome badingian (da cui lo spagnolo berenjena e il francese aubergine), a cui l’italiano medievale premise la parola “mela”. Presente nella letteratura e utilizzata con diverse sfaccettature, la melanzana ha dovuto faticare per nobilitarsi. Nel Rinascimento, ad esempio, Niccolò Machiavelli la inserisce nella sua commedia Clizia non come alimento, ma per dare vita a doppi sensi goliardici e carnali. È con Márquez, però, che la melanzana subisce una profonda redenzione letteraria, trasformandosi nella metafora di un sentimento capace di resistere al tempo e della conquista di una libertà personale.

Il percorso della protagonista de L’amore ai tempi del colera, Fermina Daza, comincia infatti con un netto rifiuto verso questo ortaggio: “Detestava le melanzane fin da bambina, prima ancora di averle assaggiate, perché le era sembrato che avessero un colore di veleno”.

Il rifiuto, legato ad un trauma d’infanzia e al colore che richiama il veleno, è talmente radicato che, quando Fermina accetta inizialmente la proposta di matrimonio di Florentino Ariza, lo fa con una lettera scritta su un foglio di quaderno scolastico in cui sottolinea una condizione fondamentale: “Va bene, lo sposo se mi promette che non mi farà mangiare melanzane”.

La svolta avviene nell’età adulta, dopo il matrimonio con il ricco dottor Juvenal Urbino. Durante una cena successiva alla scomparsa della suocera – con la quale non aveva mai avuto un rapporto idilliaco – Fermina si serve una doppia porzione di un piatto misterioso e squisito che si rivela essere proprio a base di melanzane. Da quel momento, l’ortaggio un tempo odiato diventa un ingrediente a cui si affeziona. Il trionfo della melanzana, così, anticipa di diversi anni quello dell’amore: fino ad assumere un ruolo fondamentale nel finale del romanzo.

Solo dopo la morte del dottor Urbino, Florentino Ariza riappare nella vita di Fermina per rinnovarle i suoi sentimenti mai spenti. Finalmente insieme, liberi dalle convenzioni sociali e a bordo del battello Nueva Fidelidad, i due amanti navigano sotto la bandiera gialla del colera. È proprio in questo clima di autentica felicità che Fermina scende personalmente in cucina. Tra le acclamazioni dei marinai, prepara un piatto inventato al momento: una pietanza che Florentino battezzerà, per sempre, con il nome di “melanzane all’amore”.

Quell’ortaggio, un tempo temuto come un veleno, diventa così una metafora narrativa e il simbolo di un sentimento eterno, che ha saputo resistere una vita intera per potersi finalmente esprimere e vivere.

Diverse sono le varianti di questa ricetta: c’è chi aggiunge il pomodoro o la mozzarella, e chi preferisce arricchirla con i ceci. Molti scelgono di eliminare completamente la carne per lasciare la melanzana come unica protagonista del piatto; altri ancora preferiscono non affettarla, ma tagliarla a cubetti per ottenere una maggiore consistenza. Qui vi proponiamo la versione tratta dal volume Pranzi d’autore. Le ricette della grande letteratura di Oretta Bongarzoni, che restituisce al piatto un sapore squisitamente letterario.

ECCO LA RICETTA

Ingredienti

6 melanzane

300 grammi di manzo grasso e magro

300 grammi di maiale salato

200 grammi di nervetti di vitello

½ bicchiere d’olio

Un dito d’aceto

½ peperoncino verde

Prezzemolo

Timo

Alloro

Sale e pepe

Preparazione

Inizia tagliando il manzo a fette e fallo rosolare in una casseruola sfruttando il suo stesso grasso. Taglia a pezzetti il maiale salato e i nervetti di vitello, quindi uniscili nella casseruola insieme al manzo per farli insaporire. Nel frattempo, lava e pulisci accuratamente le melanzane, tagliale a fette spesse e aggiungile alla carne. Unisci il mezzo peperoncino verde, il timo, il prezzemolo e l’alloro. Versa un po’ d’acqua calda sul fondo della casseruola per evitare che gli ingredienti si attacchino. Copri con il coperchio e lascia cuocere a fuoco lento per circa 2 ore e mezza, controllando di tanto in tanto. A fine cottura, condisci il tutto con l’olio d’oliva e il “dito” di aceto prima d’impiattare.