Etna e Langhe. Sicilia e Piemonte. Due territori lontanissimi; eppure, accomunati da una cosa che Oscar Farinetti conosce bene: la capacità di trasformare la terra in racconto. Da qui ha avuto inizio la conversazione a più voci a Milo, all’interno della quarantaseiesima edizione della ViniMilo, in cui Farinetti ha presentato i suoi ultimi due volumi “La regola del silenzio” (Bompiani) e “Omero non dove morire” (Solferino), con Piercarlo Grimaldi. Il vino, per lui, è una delle forme più compiute di questo racconto, ne è l’affresco. Non soltanto un prodotto, ma paesaggio, lavoro, cultura, identità. «Le Langhe erano la terra della malora e oggi sono quelle del Barolo», ha ricordato in una delle sue tante conversazioni sul territorio. In mezzo, dice, ci sono «testa, cuore, pancia, braccia».
Farinetti, partiamo dall’Etna. Lei ha investito nel vino siciliano dopo aver costruito una parte importante della sua identità imprenditoriale nelle Langhe. Che cosa ha riconosciuto nell’Etna che le era già familiare?
«L’Etna è una terra con una personalità fortissima. Ha il vulcano, naturalmente, ma soprattutto ha una combinazione straordinaria di altitudine, suoli, clima e storia. Quando sono arrivato sull’Etna ho riconosciuto una cosa che conosco bene: un territorio capace di dare un carattere preciso a ciò che produce. È quello che è successo nelle Langhe».
Quindi il vino è soprattutto una questione di territorio?
«È territorio, ma non soltanto. È territorio più lavoro, cultura, capacità imprenditoriale e capacità di raccontare. Le Langhe sono diventate quello che sono oggi perché per decenni hanno lavorato sulla qualità. Una volta erano la terra raccontata da Fenoglio, la terra della povertà e della Malora. Oggi il mondo le conosce per il Barolo, il Barbaresco, il tartufo, la nocciola. Io continuo a dire che in quel cambiamento hanno contato «testa, cuore, pancia, braccia».
Lei cita spesso Fenoglio. Perché “La malora” continua a essere così importante per lei?
«Per me rappresenta il racconto di una terra vera. E perché Fenoglio riesce a far sentire la durezza di quel mondo senza trasformarlo in cartolina. Io rileggo La malora da trent’anni e, quando penso all’incipit, mi torna in mente mio nonno. È una delle ragioni profonde per cui Fenoglio è entrato nel mio immaginario. Le Langhe di Fenoglio non interessano soltanto a chi è nato ad Alba o a Santo Stefano Belbo. Parlano dell’uomo, della povertà, della guerra, dell’amore, della morte, della libertà. E questo è esattamente ciò che deve fare la letteratura».
E oggi l’Etna può diventare una nuova grande geografia letteraria del vino italiano?
«Ha già una storia potentissima. Il punto è non raccontarlo come un territorio che vuole imitare qualcun altro. L’Etna deve essere Etna. La Sicilia deve smettere di chiedersi che cosa le manca rispetto agli altri e cominciare a valorizzare quello che ha. Lo dicevo già anni fa: la Sicilia possiede un patrimonio straordinario, dal paesaggio ai prodotti agricoli, e il vino è uno dei suoi grandi punti di forza».
C’è una differenza fra il modo in cui si raccontano il vino piemontese e quello siciliano?
«Ogni territorio deve trovare la propria voce. Il vino non può essere separato dalla lingua del luogo in cui nasce. Il Barolo racconta le Langhe; l’Etna racconta l’Etna. Se metti insieme due vini così diversi e cerchi di farli parlare allo stesso modo, hai già sbagliato».
Nel suo ultimo libro, “Omero non deve morire”, lei scrive proprio della necessità di salvare la parola. Cosa la spinge, da imprenditore, a rivendicare questa urgenza?
«Senza parole non esiste una comunità. Grimaldi parte da una malinconia: la sensazione che la parola stia perdendo il proprio valore. Io gli rispondo che non possiamo limitarci a lamentarci: dobbiamo trovare una soluzione. È un atteggiamento che mi appartiene anche come imprenditore. Nel libro lo dico chiaramente: è troppo facile sostenere che una cosa è difficile e fermarsi lì».
Eppure, il mondo contemporaneo comunica continuamente. Come è possibile che, mentre siamo sommersi dalle parole, lei avverta una crisi della parola?
«Quantità non significa qualità. Siamo pieni di comunicazione e spesso poveri di racconto. Il digitale ha accorciato il pensiero, lo ha trasformato in stringhe sempre più brevi. La questione non è essere contro la tecnologia: è evitare che la tecnologia impoverisca la nostra capacità di pensare e raccontare».
In questi due testi troviamo da una parte la necessità di salvare la parola, dall’altra la necessità di tacere. Appare, a prima vista, una contraddizione.
«No. È esattamente il contrario. Per parlare bene bisogna saper ascoltare. E per ascoltare bisogna stare in silenzio. Ugo Giramondi, il protagonista de La regola del silenzio, vive questa condizione in maniera estrema. Dopo la morte del nonno perde la parola per mesi e poi rimane una persona che parla con difficoltà. Ma proprio quel silenzio gli permette di ascoltare, osservare e pensare».
Quindi il silenzio è una forma di conoscenza?
«Assolutamente. Il silenzio non è il contrario della parola: è il suo fondamento. Nel romanzo ho cercato di raccontare proprio questo. Ci sono persone con cui puoi stare in silenzio senza sentirti a disagio: quelle sono le persone che ami davvero. È una delle cose che ho capito scrivendo il libro».
Pavese invece che cosa rappresenta?
«Rappresenta un’altra parte della stessa terra. Pavese ha avuto la capacità di trasformare il paesaggio in destino. Fenoglio ha dentro la guerra, la Resistenza, la durezza contadina, una lingua fisica. Pavese ha un rapporto più metafisico con il paesaggio e con la memoria. Ma entrambi dimostrano che una collina può diventare letteratura universale».
C’è un filo che lega il contadino delle Langhe, il produttore di vino dell’Etna e lo scrittore?
«Sì: il tempo. Il contadino lavora per qualcosa che verrà dopo di lui. Pianti una vigna sapendo che qualcun altro raccoglierà le conseguenze del tuo lavoro. Lo scrittore fa la stessa cosa. Scrive oggi per un lettore che magari arriverà tra cinquant’anni. Anche il vino è una forma di tempo trasformato».
Lei ha detto che il vino sarà sempre più importante nel futuro. Perché?
«Perché il vino italiano ha una cosa che non si può copiare: la biodiversità dei territori. Io credo che il vino sia destinato a crescere nel mondo e che l’Italia abbia una posizione straordinaria per affrontare questa crescita. Ma dobbiamo smettere di vendere soltanto bottiglie: dobbiamo vendere cultura, territorio, bellezza».
Quindi Etna e Langhe possono stare dentro la stessa idea di futuro italiano?
«Non solo possono: devono. Sono due territori diversi, ma entrambi dimostrano che la qualità nasce quando terra e uomini lavorano insieme. Le Langhe hanno trasformato una storia di povertà in una storia di eccellenza. L’Etna ha davanti a sé una grande possibilità. Ma nessun territorio si salva da solo: servono orgoglio, investimenti, competenza e capacità di raccontarsi».
Ma oggi si sente più imprenditore o più scrittore?
«Mi sento uno che ha ancora voglia di imparare. Scrivere mi ha insegnato una cosa importante: è un mestiere, proprio come fare impresa. Non basta avere un’idea. Devi studiare, lavorare, correggere, ricominciare».
Se dovesse scegliere una bottiglia per accompagnare una pagina di Fenoglio e una per accompagnare una pagina di Pavese, sceglierebbe Barolo o Etna?
«Fenoglio lo berrei con un Barolo, perché siamo a casa sua. Pavese forse con un Etna, perché ha dentro quella malinconia che viene dal rapporto fra terra, cielo e memoria. Ma la cosa più importante sarebbe un’altra: che il vino fosse buono e che accanto ci fosse qualcuno con cui parlare. E, ogni tanto, qualcuno con cui poter stare in silenzio».